produceva un lieve rumore secco. Mi svegliai di colpo e mi misi seduto sul letto, il cuore che batteva all’impazzata.
«Che succede?» chiesi con la voce roca. Dentro di me sentivo già che la risposta non mi sarebbe piaciuta.
Amelia non rispose subito. Si sedette accanto a me e mi porse un piccolo quaderno consumato. La copertina scura era piegata agli angoli, le pagine ingiallite, come se fosse stato aperto e richiuso in fretta decine di volte.
«L’ho trovato sotto il materasso di Leo», disse piano. «Non stavo cercando nulla. È scivolato fuori mentre cambiavo le lenzuola.»
Aprii la prima pagina e sentii lo stomaco chiudersi.
Era la grafia di Leo. Troppo ordinata, troppo controllata per un ragazzo di dodici anni. In alto, scritto in stampatello, c’era:
“COSE CHE NON POSSO DIRE A PAPÀ.”
Cominciai a leggere.
All’inizio sembrava tutto normale. Appunti sulla scuola. Il desiderio di comportarsi bene. La paura di deludermi e farmi pentire di averlo adottato.
Poi qualcosa cambiò.
Le frasi divennero più cupe. Spezzate. Piene di un senso di colpa che non appartiene a un bambino.
“A volte sento di non meritare questa vita.”
“Papà non mi guarderebbe più allo stesso modo se sapesse la verità.”
“Devo continuare a fingere.”
Le mani mi sudavano.
Voltai pagina dopo pagina, sempre più in fretta.
E poi vidi quel nome.
Nora.
Ripetuto più volte.
Non “mamma”.
Non “la mia mamma”.
Solo “Nora”.
Alzai lo sguardo verso Amelia.

«Non la chiama mai così», sussurrai.
«Lo so», rispose. «Continua.»
La frase successiva mi gelò il sangue.
“Ricordo cose che papà pensa io abbia dimenticato.”
“Ricordo l’uomo che veniva di notte.”
“Nora mi diceva che era morto. Che dovevo scordarmene.”
La vista mi si offuscò.
«Quale uomo?» mormorai.
Gli occhi di Amelia si riempirono di lacrime.
«Oliver… non è tutto.»
Leo parlava di incubi. Di urla. Di litigi. Di porte sbattute. Di una donna che piangeva. Di un uomo con una voce profonda e l’odore di alcol.
E poi una frase che mi tolse il respiro:
“L’ho rivisto l’anno scorso.”
Mi alzai di scatto.
«È impossibile», dissi. «Ci siamo trasferiti. Nessuno—»
«Ha scritto anche dove», mi interruppe Amelia.
Sentii lo stomaco sprofondare.
Girai pagina.
“A volte mi aspetta vicino alla scuola.”
“Dice di essere il mio vero padre.”
“Dice che papà mi ha portato via.”
L’aria nella stanza diventò pesante.
«No…» ripetei incredulo.
Amelia mi prese la mano.
«Si vedono da un po’, Oliver. Quell’uomo parla con Leo di nascosto.»
All’improvviso tutto ebbe senso.
Il suo desiderio di tornare a casa da solo.
Il modo in cui sobbalzava sentendo voci maschili sconosciute.
Le notti in cui chiudeva a chiave la porta.
Avevo pensato fosse l’adolescenza.
Mi sbagliavo.
Sull’ultima pagina, l’inchiostro era sbavato, come se fosse stato scritto tra le lacrime.
“Dice che Nora ha mentito.”
“Dice che non è stato un incidente.”
“Dice che papà non conosce la verità.”
La voce mi si spezzò.
«Che cosa significa?»
Amelia esitò, poi tirò fuori un foglio piegato.
«Era insieme al quaderno.»
Non era un rapporto sull’incidente.
Era una notifica di riapertura delle indagini.
Causa della morte: in fase di revisione.
Possibile sospetto: partner della vittima.
Forse Nora non era morta per caso.
E l’uomo che credevamo morto era vivo.
Ed era tornato da suo figlio.
In quel momento, dal corridoio si sentì un leggero scricchiolio.
Una porta che si apriva.
Poi una voce fragile, tremante:
«Papà… non sapevo come dirtelo.»
Leo era lì. Pallido. Con gli occhi arrossati. Un bambino che portava un segreto troppo pesante.
E in quell’istante capii una cosa che mi fece paura:
Dodici anni fa non avevo adottato solo un bambino.
Avevo accolto un passato.
Un passato che ora era tornato.
E questa volta non si stava più nascondendo.