Non era un capriccio passeggero. Ogni pomeriggio, dopo la scuola, si infilava la tuta da sci, un paio di guanti enormi e la sua sciarpa preferita, poi correva fuori nel nostro piccolo giardino. Lavorava il ghiaccio e la neve con una serietà quasi commovente: formava le palle, le impilava e poi aggiungeva ramoscelli come braccia, sassolini come occhi e qualche vecchia sciarpa trovata nei cassetti. E soprattutto dava un nome a ogni pupazzo.
Per lui erano creature, non ammassi di neve.
Ma la maggior parte dei suoi pupazzi non sopravviveva più di qualche ora.
Il motivo era il nostro vicino, il signor Streeter. Aveva l’abitudine di tagliare la curva del vialetto per entrare con l’auto, passando sopra l’angolo del nostro prato. Finché non c’erano pupazzi, non ci facevo molto caso: vedevo solo i segni delle gomme sulla neve. Pensavo che fosse scortese, sì, ma niente di grave.
Poi venne un pomeriggio di gennaio. Nico rientrò in casa in silenzio, senza nemmeno togliersi subito i guanti. Li teneva stretti, coperti di neve sciolta. Aveva gli occhi lucidi.
«Mamma,» disse piano, «l’ha rifatto.»
«Chi? Che cosa ha fatto?» chiesi, anche se sapevo già la risposta.
«Il signor Streeter ha schiacciato Luca. Non si è nemmeno fermato.»
Luca era il nome del pupazzo del giorno.
Lo abbracciai. Era uno di quegli abbracci in cui senti il cuore del bambino che batte più in fretta, perché sta trattenendo le lacrime per non sembrare “piccolo”. E in quel momento capii che non era la prima volta. Infatti, avevo già parlato due volte al vicino. La prima mi aveva risposto che era buio e non aveva visto nulla. La seconda aveva alzato le spalle dicendo: «È solo neve.»
Ma un bambino non dice “solo neve”. Un bambino vede ciò che costruisce, e lo vede vivere per un po’.
«Domani andrò a parlargli di nuovo,» dissi.
Nico però scosse la testa.
«Non serve, mamma.»
Mi chinai alla sua altezza. «Perché non serve?»
Esitò un momento e poi disse quasi sottovoce:
«Perché ho un piano.»

Quelle parole mi fecero stringere lo stomaco. «Che tipo di piano?»
«Un piano buono,» rispose semplicemente, come se non ci fosse altro da aggiungere.
E infatti non aggiunse niente.
Il giorno dopo, verso sera, ero in cucina a preparare la cena quando dall’esterno arrivò un rumore secco, come un colpo, seguito subito da un clacson e da un’imprecazione sbrigliata. Corsi nel salotto. Nico era alla finestra, con un sorriso trattenuto sulle labbra.
«Che cosa hai fatto, Nico?!» chiesi spaventata.
Mi affrettai ad aprire la porta e uscii. Quello che vidi mi lasciò senza parole: il signor Streeter era accanto alla sua auto, con un’espressione sconvolta. Il paraurti anteriore era leggermente ammaccato. Davanti alla ruota c’era un blocco di ghiaccio compatto, ben nascosto sotto uno strato di neve fresca. Intorno c’erano piccole bandierine rosse fissate al terreno.
«Che diavolo è questo?!» gridò il vicino. «Chi ha messo questa cosa qui?!»
Nico uscì lentamente, senza mostrare paura.
«È un confine,» disse con calma.
«Un… che?» sbottò il vicino.
Nico indicò un cartello scritto con pennarello:
NON OLTREPASSARE. PROPRIETÀ PRIVATA. QUI VIVONO I PUPAZZI DI NEVE.
Il signor Streeter rimase a guardare il cartello come se stesse leggendo un’altra lingua.
«Bambino,» disse infine, «non puoi mettere roba pericolosa qui! Quel blocco è duro!»
Nico non arretrò.
«I miei pupazzi non possono muoversi. Se qualcuno li schiaccia, non possono scappare. Lei li ha schiacciati tre volte e ha detto che era solo neve. Allora ho fatto un confine, così almeno sono al sicuro.»
Non c’era arroganza nella sua voce. Solo logica infantile, che spesso è più severa di quella degli adulti.
Streeter aprì la bocca, ma restò muto per qualche secondo. Poi si massaggiò la fronte.
«Hai fatto tutto questo tu?»
«Le bandierine le ha piantate il signor Rinaldi, perché io non posso usare il martello,» spiegò Nico. «Il ghiaccio l’ho fatto io nel congelatore dentro una scatola. Se non fai vedere il confine, le persone passano dove vogliono. È così.»
Quella frase gli uscì con una naturalezza che non avrei mai immaginato.
Il signor Streeter cambiò espressione. La rabbia sparì e rimase solo una forma insolita di imbarazzo.
«Mi dispiace,» disse piano. «Non pensavo che fosse così importante per te.»
«Lo è,» rispose Nico.
Il vicino annuì e, senza dire altro, salì in macchina e fece retromarcia con estrema cautela, rientrando finalmente nel suo vialetto senza invadere il nostro.
Quella sera, mentre mettevo Nico a letto, gli chiesi:
«Da dove ti è venuto in mente tutto questo?»
Lui sbadigliò. «Papà dice che se non dici agli altri dove sono i tuoi confini, loro ci passeranno sopra. Io non voglio che passino sopra ai miei pupazzi.»
Non serviva aggiungere altro.
La mattina dopo, Nico trovò sul cancelletto una piccola busta. Dentro c’era una sciarpa calda e un biglietto: