Ero partito per le vacanze con il cuore leggero. Alle spalle mesi pesanti, il caos emotivo, una rottura dolorosa che mi aveva svuotato dentro. Avevo bisogno di sparire, almeno per un po’ — fuggire da tutto: dalla routine, dai pensieri, da me stesso. Il mare mi ha accolto con sole, brezza salmastra, serate tranquille. Mi sentivo rinascere. Credevo, davvero, che la mia vita stesse tornando finalmente sui binari giusti.
Ma tutto è cambiato nell’istante in cui sono tornato nel mio giardino.
All’inizio sembrava tutto normale. Il cancello chiuso, la macchina al suo posto, nessun vetro rotto. Ho tirato un sospiro di sollievo: casa intatta. Pensavo di potermi finalmente rilassare.
Poi ho visto quella cosa.
Nel mezzo del prato — una fossa. Non una buca qualsiasi. Era rettangolare, profonda, scavata con precisione inquietante. Era… una tomba.
Il gelo mi ha attraversato il corpo.
Non poteva essere un errore, né un cantiere, né un lavoro lasciato a metà. Qualcuno aveva voluto scavare quella fossa. Lì. Nel mio giardino. Per me.

Mi sono avvicinato lentamente. Una pala era stata abbandonata lì vicino. C’erano impronte — nette, pesanti. Chi l’ha fatto, ha lavorato a lungo. Non in fretta. Con calma. Come se avesse tutto il tempo del mondo.
Il cuore ha cominciato a martellare. Le mani tremavano. La bocca secca. Tutto in me urlava: questo è un messaggio.
Sono corso in casa e mi sono fiondato al computer. Due telecamere di sicurezza: una all’ingresso, una puntata sul giardino.
Ho iniziato a scorrere le registrazioni degli ultimi giorni. I primi due: nulla. Il terzo giorno, una macchina passa lentamente davanti casa. Poi, nella quarta notte…
È apparso lui.
Vestito di nero. Cappuccio alzato. Il volto nascosto. È entrato scavalcando il cancello con naturalezza, come se fosse casa sua. Ha camminato dritto fino al centro del giardino, ha posato la pala e ha iniziato a scavare.
Movimenti lenti, sicuri, controllati. Ogni tanto si fermava, si raddrizzava… e guardava dritto nella telecamera.
Ha scavato per ore. Prima dell’alba, ha smesso. Ha osservato la fossa per qualche secondo. Poi ha preso la pala… ed è sparito nel buio. Nessuna traccia. Nessun biglietto. Solo il vuoto.
Sono rimasto lì, paralizzato davanti allo schermo.
Non era uno scherzo. Non era un errore. Era qualcosa di calcolato. Di personale. Una minaccia. Fredda. Diretta.
Ho chiamato subito la polizia. Ho detto “intrusione”, ma quella parola sembrava ridicola rispetto all’incubo che stavo vivendo. Ho chiamato amici. La mia ex. Cercavo nella memoria: chi poteva odiarmi così tanto? A chi avevo fatto del male?
Poi, mentre camminavo nervosamente per casa, il cellulare ha vibrato.
Un messaggio. Nessun mittente. Nessun nome.
“Ora sai cosa vuol dire stare sull’orlo. Abituati.”
Mi sono seduto. Le gambe molli. Il cuore impazzito. Le parole sullo schermo lampeggiavano come una minaccia viva.
Quel messaggio non lasciava dubbi: non era finita. Era solo l’inizio.
Le vacanze erano finite.
E qualcosa di molto più oscuro era appena cominciato.