Era passato quasi un anno da quando lui se n’era andato. Il tempo non aveva guarito nulla. Anzi, il dolore si era solo fatto più profondo. Ogni domenica, senza eccezioni, lei indossava lo stesso vestito nero, sistemava con cura il foulard sul capo e percorreva il sentiero che conosceva ormai a memoria. Nelle mani, un mazzo di gladioli freschi. Nel cuore, un vuoto che nessuna preghiera riusciva a colmare.
Quella domenica sembrava identica a tutte le altre. L’aria fredda del mattino. Il silenzio immobile tra le lapidi. I suoi passi lievi sul ghiaietto. Ma quando si avvicinò alla tomba del marito, qualcosa la colpì. Una strana sensazione. Un’ombra fuori posto. Un dettaglio che non riusciva a spiegarsi. Poi vide la fossa.
Proprio accanto alla lapide, dove di solito posava i fiori, il terreno era smosso. Una buca nera, irregolare, profonda. La terra attorno era molle, come se qualcuno avesse scavato da poco. Ma chi? E da dove? Da fuori… o da dentro?
Si fermò di colpo. I fiori scivolarono dalle sue mani, adagiandosi sulla terra come un’offerta involontaria. Il cuore le martellava nel petto. Cadde in ginocchio, la mano tremante si posò sulla pietra, cercando conforto in quel freddo granito. La paura le serrava la gola.
— Non può essere… qualcuno ha cercato di aprire la tomba? — sussurrò.
La mente cominciò a correre, affollata da pensieri inquietanti. Ladri di tombe? Vandali? Riti oscuri? Ma perché proprio quella tomba? Perché lui?
Si chinò di più, contro ogni istinto, e guardò dentro. L’aria che saliva dalla buca era fredda e umida, e portava con sé un odore strano, indefinibile. Ma quello che vide in fondo alla fossa la fece sussultare.
C’era un oggetto. Un sacco. Spesso, sporco, legato con una corda. E… si muoveva.
Indietreggiò di scatto. Il sangue le si gelò nelle vene. Cercò il telefono nella borsa, le dita le tremavano tanto da rischiare di farlo cadere nella fossa. Chiamò il custode del cimitero. Le parole le uscivano spezzate, quasi senza voce.
Dopo un quarto d’ora, l’uomo arrivò con due operai. Nessuno parlava. Con una torcia illuminarono la buca. Il sacco era ancora lì. Immobile adesso. Ma l’aria intorno era diventata pesante, carica di qualcosa che nessuno osava nominare.
Lo tirarono fuori. Era pesante. Lo aprirono con attenzione.

Non c’erano resti umani. Né ossa. Né oggetti rubati.
Dentro c’era una bambola.
Vecchia. Cucita a mano. Con occhi di perline nere e un filo spesso a forma di X che le chiudeva la bocca. Era avvolta in un panno intriso di una sostanza scura. Sulla stoffa, cucita con cura, c’era una frase scritta a mano:
«Tu non te ne andrai. Io sono ancora qui.»
Il custode si fece il segno della croce. Uno degli operai lanciò la bambola lontano, poi la calpestò. Ma la donna restò immobile. Gli occhi fissi sul messaggio. Quelle parole… le aveva pronunciate lei. In ospedale. Accanto al letto di lui. Quando non rispondeva più. Quando l’aveva implorato di restare.
Ma nessuno le aveva sentite. Nessuno poteva averle scritte.
Chi aveva sepolto quella bambola nella tomba? E perché?
La polizia intervenne. Portarono via tutto. Promisero indagini. Ma nessuno chiamò mai. Nessuna spiegazione. Nessun nome. Solo silenzio.
Lei non tornò mai più al cimitero. Si trasferì dalla sorella, in un’altra città. Ma ogni domenica notte, sognava la stessa scena: suo marito in piedi, sul bordo della fossa, che la guardava in silenzio. E ai suoi piedi — quella bambola.
Qualcuno dice che fosse solo uno scherzo macabro. Altri parlano di un rito interrotto, di un legame spezzato troppo tardi. Di un amore che non voleva morire.
Ma lei sa solo una cosa: qualcosa è stato risvegliato quel giorno.
E ora… non vuole più tornare sotto terra.