Io ero ancora in pigiama, con la mia bambina di quattro anni, Jasmina, stretta fra le braccia, mentre mio figlio di sette anni, Marco, si teneva nascosto dietro le mie gambe. All’improvviso sentimmo dei passi pesanti salire le scale, lenti e ritmati, come un tamburo che annuncia una cattiva notizia.
In pochi istanti comparvero davanti alla nostra porta: trenta motociclisti con gilet di pelle, stivali rinforzati, barbe folte e tatuaggi sulle braccia. E dietro di loro, con le mani in tasca e lo sguardo vuoto, c’era il proprietario di casa, Riccardo.
«È finito il tempo, Rebecca» disse senza alcuna espressione. «Quei signori svuoteranno l’appartamento. Hai dieci minuti per prendere le cose a cui tieni.»
Jasmina cominciò a piangere. Marco strinse la mia gamba con tutta la forza dei suoi piccoli polsi. Io sentii un nodo in gola. Sapevo che quel giorno sarebbe arrivato, ma speravo in una proroga, in una telefonata, in un miracolo qualsiasi.
«La prego…» mormorai, quasi senza voce. «Venerdì ricevo il primo stipendio. Posso pagare almeno una parte.»
Riccardo sbuffò, irritato: «Lo hai detto anche il mese scorso, e quello prima. Io ho pagato questi uomini. Oggi va fatto.»
A quel punto fece un passo avanti il capo dei motociclisti. Un uomo imponente, con una lunga barba grigia e tatuaggi militari sulle braccia. Sul suo gilet c’era scritto MARCUS e PRESIDENTE.
«Signora, si sposti per favore» disse con voce profonda. «Siamo stati incaricati di un lavoro.»
E proprio in quel momento Marco fece qualcosa che non mi sarei mai aspettata. Corse verso Marcus, gli abbracciò la gamba e gridò con un singhiozzo che spezzava il cuore:
«Per favore non portate via la nostra casa! Papà non c’è più e mamma fa tutto quello che può! Vi prego!»
Marcus si fermò. Guardò Marco, poi Jasmina, poi me. Infine mise lo sguardo dentro l’appartamento. La sua espressione cambiò leggermente, come se avesse visto qualcosa che non s’aspettava.
Entrò. Uno dopo l’altro, tutti i motociclisti lo seguirono. Riccardo cominciò a urlare nel corridoio:
«Ehi! Non vi pago per guardare in giro! Al lavoro!»
Ma nessuno lo ascoltò.
Si erano fermati davanti alla parete del soggiorno.

Su quella parete c’erano attaccati decine di disegni di bambini, fissati con nastro adesivo. Case colorate, figure storte, cuori, arcobaleni… ma quello che attirava l’attenzione erano le frasi scritte con calligrafia infantile accanto ai disegni:
«La mamma aiuta chi non ha cibo.»
«Vorrei che la mamma avesse una casa con la luce.»
«Siamo poveri ma siamo buoni.»
«Dio, aiuta la mamma a non piangere.»
Sotto quei fogli era attaccata una fotografia laminata: io, con la giacca dell’associazione, mentre consegno dei pasti ai senzatetto. Sotto la foto c’era scritto:
«Grazie Rebecca — senza di te il progetto non sarebbe sopravvissuto.»
In cucina c’erano pile di bollette non pagate — luce, acqua, affitto, mensa scolastica — tutte ordinate con elastici, come se l’ordine potesse fermare il caos della vita. Su un mobile c’era una piccola scatola di cartone. Uno dei motociclisti la aprì.
Dentro c’erano due trecce di capelli biondi, ordinate e legate con un nastro. Accanto un bigliettino:
«In vendita — urgente. Per comprare scarpe invernali per i bambini.»
Io distolsi lo sguardo, vergognandomi. Marcus non disse nulla, ma chiuse la scatola con estrema delicatezza. Un altro motociclista si girò di spalle e si soffiò il naso, fingendo di tossire.
Riccardo, esasperato, urlò:
«Basta con questa telenovela! Portate fuori i mobili o chiamo qualcun altro! È una questione di affari!»
Marcus si voltò lentamente verso di lui. Il suo volto era immobile come pietra.
«Tu chiami questo ‘affari’?» chiese con calma glaciale. «Mettere sulla strada una madre con due figli, alle sette del mattino, in pieno inverno?»
«Mi deve duemiladuecento euro!» strillò Riccardo. «Se non paga, fuori! Punto!»
Marcus non alzò la voce. Non minacciò. Fece solo un cenno con la mano.
I motociclisti cominciarono a tirare fuori portafogli, banconote stropicciate, monete, assegni. Posavano i soldi sul tavolo senza dire una parola. In pochi minuti si era formata una pila importante.
Marcus contò i soldi, aggiunse una banconota sopra e poi tese tutto a Riccardo.
«Ecco. Il debito è saldato. Con qualcosa in più. Ora vattene.»
Riccardo rimase fermo per due secondi, come se non capisse. Poi afferrò i soldi e uscì sbattendo la porta, senza neppure guardare noi.
Marcus tornò verso di me. Non sembrava orgoglioso, né arrabbiato. Sembrava solo stanco del mondo.
«I bambini non devono pagare per gli errori degli adulti» disse. «Ricordatelo.»
Poi se ne andò. Tutti gli altri lo seguirono, uno dopo l’altro. Nessun applauso, nessun gesto teatrale. Solo passi pesanti e poi il rumore dei motori che ripartivano in lontananza.