Tre colpi leggeri alla porta.
Poi silenzio.
E infine una voce di bambino, esitante ma fin troppo familiare:
«Mamma… sono io.»
Ancora oggi non capisco come feci ad alzarmi. Era giovedì sera, tardi. Talmente tardi che perfino il rumore del frigorifero sembrava un tuono. Stavo mettendo in ordine la cucina, cercando di riempire il vuoto, quando quei colpi ruppero la quiete.
Rimasi immobile.
La mente rifiutava di collegare i suoni alla realtà.
Due anni di lutto, visite al cimitero, foto chiuse nei cassetti, giochi abbandonati negli scatoloni. Due anni di frasi di conforto che non confortano, di notti in lacrime e di giorni spenti.
Poi, un secondo colpo alla porta. Più deciso.
«Mamma? Mi apri?»
Un brivido gelido mi attraversò la schiena. Avevo già vissuto momenti in cui il dolore crea inganni: passi immaginari nel corridoio, risate confuse con il vento, ombre che sembrano piccole figure. Ma quella non era una fantasia. Era troppo chiara, troppo reale.
Mi avvicinai alla porta con le gambe che tremavano. La mano mi scivolava sulla maniglia per il sudore. La ruotai lentamente.
La porta si aprì.
Una corrente d’aria fredda invase l’ingresso. Sul pianerottolo c’era un bambino. Esile, pallido, con i capelli scuri che gli cadevano sulla fronte. Alzò lo sguardo verso di me con occhi intensi, profondi.
«Mamma,» disse quasi sussurrando, con un tono che mi si conficcò nel cuore.
Mi appoggiai al muro per non crollare.
Mio figlio era morto due anni prima. Avevo visto spegnersi le luci in ospedale. Avevo tenuto la sua mano quando non rispondeva più. Avevo scelto i fiori per il funerale. Avevo ascoltato il rumore della terra che copriva la bara.
E ora… era davanti a me.
«Chi sei?» riuscii a dire, anche se dentro di me la risposta la sapevo già.
Sorrise debolmente, con una tristezza che non avevo mai visto in un bambino.
«Sono io. Ho trovato la strada.»
Mi prese la mano.
La sua pelle era calda.
Non fredda, non diafana, non illusoria.
Calda, come quella di un bambino vivo.
Entrò in casa e chiusi la porta con un gesto istintivo, come se temessi che qualcuno se lo riprendesse.

Si sedette al tavolo della cucina. Il posto dove una volta disegnava case storte e sole con raggi troppo lunghi. Mi guardava in silenzio, come se stesse aspettando che io stessa capissi.
Mi sedetti di fronte, trattenendo il fiato.
«Dove sei stato?» chiesi con voce quasi impercettibile.
Lui alzò le spalle.
«Non qui,» rispose semplicemente. «Ma sapevo come tornare.»
Quelle parole mi trafissero.
Non sembravano uscite dalla bocca di un bambino di cinque anni. C’era qualcosa di antico nella sua voce, di vissuto.
Per provare a riportare la situazione su un piano normale, dissi la prima cosa materna che mi venne in mente:
«Hai fame?»
Presi dallo scaffale biscotti, yogurt, una mela. Li misi davanti a lui. Li osservò per qualche secondo e poi scosse la testa.
«Non mangio più così,» disse con calma.
Sentii lo stomaco stringersi.
«Allora… cosa vuoi? Perché sei venuto?»
Sollevò lo sguardo. Nei suoi occhi c’era un’ombra che non dimenticherò mai.
«Sono venuto a dirti una cosa,» rispose. «Ma non devi piangere.»
Le mie labbra tremarono.
«Non posso prometterlo,» mormorai.
Lui annuì, come se fosse la reazione che si aspettava.
«Non è stata colpa tua.»
Mi mancò il respiro.
Quelle parole cadevano su di me come una valanga.
Per due anni mi ero torturata con il pensiero che avrei potuto fare qualcosa di diverso, notare un dettaglio, essere più veloce, più attenta. Mi ero condannata da sola.
«Come fai a saperlo?» chiesi tra i denti.
Portò una mano al petto.
«Mi ricordo,» disse. «E loro me l’hanno detto.»
«Loro chi?» domandai subito.
Guardò verso la porta d’ingresso.
«Quelli che custodiscono le porte.»
Sentii il sangue gelarsi. L’aria nella stanza cambiò. Non era più semplice aria: era un peso, una presenza.
«Devo tornare presto,» aggiunse. «Stanno arrivando.»
«No!» gridai e lo afferrai per il polso. «Non puoi andare! Sei qui! Sei tornato!»
Si liberò dalla mia presa con delicatezza, una delicatezza che mi distrusse più della forza.
«Non sono mai sparito davvero,» disse con voce bassa. «Tu non potevi più vedermi. Mi rivedrai quando sarà il tuo turno di attraversare.»
«Attraversare cosa?» domandai quasi senza fiato.
Non rispose con parole.
Perché in quel momento qualcuno bussò dall’esterno.
Non tre colpi gentili. Non una richiesta.
Un colpo profondo, pesante, definitivo.
Che fece vibrare la porta.
Il bambino mi guardò con un sorriso triste, troppo adulto.
«Ti voglio bene, mamma.»
«Anch’io… tanto,» sussurrai mentre le lacrime mi rigavano il viso.
Si alzò, aprì la porta.
Non c’era pianerottolo.
Non c’erano scale.
Non c’era luce.
C’era solo buio. Un buio denso, vivo, che sembrava muoversi.
Entrò in quella oscurità.
La porta si chiuse da sola.
La casa cadde in un silenzio assoluto.