Stavo facendo la chemioterapia: debolezza, nausea, vertigini, perdita di capelli, notti senza dormire e un terrore costante di non farcela. Credevo che, almeno, mio marito Garrett sarebbe rimasto al mio fianco. Pensavo che il nostro matrimonio significasse sostegno reciproco, soprattutto nel momento più buio.
Eravamo sposati da cinque anni. Cinque anni di progetti, viaggi, sogni, discussioni e riconciliazioni. Credevo che durante la tempesta lui sarebbe stato il mio porto sicuro. Ma mi sbagliavo di brutto.
Una settimana prima del Giorno del Ringraziamento, Garrett ricevette una telefonata da sua madre, Evelyn. Quel giorno ero particolarmente stanca dopo una seduta di chemio e stavo cercando di tenere giù qualche biscotto salato. Non avevo idea che quella telefonata avrebbe cambiato tutto.
Sentii Evelyn dire con entusiasmo che aveva prenotato una crociera di lusso di una settimana per il suo compleanno e quello di Garrett, combinandola con le feste del Ringraziamento. Tutto era già organizzato: cabine con vista mare, cene di gala, spa e cocktail al tramonto.
Garrett rispose con voce bassa:
«Mamma… e Nora? Sta facendo la chemio. Non può viaggiare.»
Evelyn lo interruppe senza esitazione:
«NON LA VOGLIO A BORDO. ROVINEREBBE L’ATMOSFERA. TU DEVI VENIRE. HO GIÀ PAGATO TUTTO!»
Rovinerebbe l’atmosfera. Queste parole mi rimarranno impresse per sempre. Ridotta a un ostacolo, una presenza scomoda solo perché malata.
Garrett mi guardò come se stesse cercando una giustificazione invisibile nell’aria. Poi disse la frase che mi trapassò come un coltello:
«Forse… dovrei andare. Mia madre ha organizzato tutto.»
Lo fissai incredula:
«Mi stai lasciando? Durante la chemio? Per una crociera?»
Non ebbi nessuna risposta sincera. Garrett evitò i miei occhi, mise qualche vestito in una valigia, mi diede un bacio freddo sulla fronte e se ne andò. La porta si chiuse e io rimasi sola nel mio silenzio.
Il Giorno del Ringraziamento lo trascorsi sul divano, con la coperta tirata fino al mento, febbricitante e priva di forze. Fuori le persone festeggiavano, preparavano tacchini, invitavano amici e parenti. Io mi limitavo a contare i minuti tra una nausea e l’altra. Immaginavo Garrett e Evelyn a bordo, brindando con champagne e facendo foto da pubblicare sui social.
Poi accadde qualcosa di assurdo.

Verso sera il mio telefono iniziò a vibrare senza sosta. Messaggi, chiamate, notifiche da persone con cui non parlavo da anni:
«NORA, HAI VISTO LE NOTIZIE?!»
Presi il telecomando con le mani tremanti e accesi la TV.
E rimasi pietrificata.
La crociera di Garrett e Evelyn era finita in prima pagina nei telegiornali nazionali. A bordo c’era stato un focolaio di norovirus, e la nave era stata messa in quarantena nel porto. Le telecamere mostrano passeggeri che vomitavano nei sacchetti, infermieri con mascherine che correvano da una cabina all’altra, bambini piangenti e personale che cercava di calmare la situazione.
E poi, fra tutta quella confusione, riconobbi Evelyn — furiosa, urlante, mentre discuteva con un’infermiera e pretendeva un rimborso immediato. Poco distante, seduto su una sedia e con il volto pallido come un lenzuolo, c’era Garrett.
In sovrimpressione c’era scritto:
“EPIDEMIA DI NOROVIRUS SU NAVE DI LUSSO – VIP BLOCCATI IN QUARANTENA”
Era talmente assurdo da sembrare inventato. Una parte di me non provò gioia, né vendetta, né sollievo. Solo un vuoto immenso.
Garrett tornò a casa due giorni dopo. Non bussò. Entrò come se quella fosse ancora casa sua, ma aveva un aspetto diverso: capelli unti, pelle arrossata dal sole, occhi incavati. Tremava ancora.
«Ehi…» disse con voce roca.
Io restai zitta.
«Probabilmente hai visto i notiziari,» continuò. «È stato terribile. Siamo rimasti chiusi nelle cabine, tutti stavano male. Mia madre ha fatto un disastro con lo staff. E io ho pensato che avrei dovuto rimanere con te.»
Lo guardai e risposi lentamente:
«Avresti dovuto, sì.»
Garrett abbassò lo sguardo. Non cercò di abbracciarmi. Non chiese come stavo. Non chiese dei miei progressi. L’unica cosa di cui parlò fu quanto fosse stato “traumatico” vomitare per ore e rimanere in quarantena.
Io lo ascoltavo, e dentro di me si posava una verità semplice e dolorosa: non eravamo più una squadra.
Dopo qualche giorno presi la mia decisione: volevo il divorzio.
Non per vendetta. Non per rabbia. Ma perché avevo finalmente capito quanto valgo e cosa merito.
Quando Evelyn lo venne a sapere, mi chiamò.
«NON PUOI DIVORZIARE! COSA PENSERANNO LE PERSONE?! GARRETT PERDERÀ IL RISPETTO E IL LAVORO!»
Risposi con calma:
«Ha lasciato una moglie malata di cancro durante la chemio per una crociera. La gente già lo sa.»
Lei mise giù senza dire addio.
Durante la mediazione, qualche mese dopo, spuntò un’altra sorpresa: sul web circolavano foto e video di Evelyn mentre urlava al personale del porto, spingeva un cameraman e veniva scortata dagli addetti alla