se gli fosse rimasto almeno un frammento di umanità nel cuore.
Quella notte, il cielo sembrava sul punto di spaccarsi in due. I lampi illuminavano il quartiere a intermittenza, come flash fotografici imprevedibili, mentre la pioggia colpiva i vetri con una violenza che faceva immaginare la fine del mondo. Dentro casa c’era solo il rumore del vento che ululava tra le persiane e il ticchettio dell’orologio in soggiorno. E poi… qualcuno bussò alla porta.
Non fu un colpo deciso, non fu un gesto sicuro. Era un bussare fioco, esitante, quasi colpevole.
Aprii la porta e vidi un uomo che barcollava sul gradino. Aveva i vestiti inzuppati, incollati al corpo come una seconda pelle, e una quantità impressionante di fango su pantaloni e scarpe. La sua faccia era tirata, pallida, e negli occhi c’era una paura che nessun essere umano dovrebbe mai conoscere.
Cercò fiato, poi sussurrò: «Per favore… aiuto…».
Non ebbi il tempo di pensare se fosse prudente lasciarlo entrare, se rischiavo qualcosa, se avrei dovuto chiamare qualcuno. Ci sono momenti in cui il corpo reagisce prima della mente. Mi feci da parte e gli indicai l’ingresso.
Gli portai un asciugamano, vestiti asciutti e un piatto di minestra calda. Si stese sul divano con la coperta sulle spalle, tremando lievemente mentre fuori la tempesta continuava a demolire il silenzio del mondo. L’unica cosa che riuscì a dirmi fu il suo nome: James.
Dormì profondamente per ore, come se in quella casa avesse trovato l’unico rifugio rimasto sulla terra. E io rimasi sveglio, ascoltando la pioggia, domandandomi cosa potesse aver spinto un uomo sconosciuto a bussare alla mia porta nel cuore di una tempesta.
La mattina successiva, il temporale era cessato. Si sentiva solo lo scroscio dell’acqua che scendeva dalle grondaie. James era in piedi, vicino alla porta, imbarazzato e muto come un ragazzo colto in fallo. Prima di uscire mi guardò negli occhi e disse:
«Un giorno ricambierò quello che hai fatto. Lo prometto.»

Risposi quasi ridendo: «Non mi devi niente.»
E lui se ne andò, sparendo dietro la strada bagnata.
Gli anni passarono. Cambiarono i lavori, si consumarono le relazioni, arrivarono perdite, nuovi inizi, difficoltà e qualche piccola gioia. La notte del temporale diventò un ricordo sbiadito, che riaffiorava solo quando pioveva troppo forte.
Poi, ieri pomeriggio, qualcuno bussò di nuovo.
Questa volta il gesto non era esitante. Era fermo, solido, controllato. Aprii la porta e davanti a me c’era un uomo alto, elegante, con barba sale e pepe e occhi lucidi ma tranquilli. Non lo riconobbi subito.
«Posso aiutarla?» chiesi.
L’uomo sorrise appena: «Credo che tu mi abbia già aiutato. Molto tempo fa.»
Il mio cuore saltò un battito.
«James?» sussurrai.
Annuì e mi porse una cartella spessa, chiusa con cura. Entrò senza dire altro, si sedette sullo stesso divano dove aveva dormito vent’anni prima e prese un respiro profondo.
«Quella notte non ti dissi la verità,» iniziò piano. «Stavo scappando da persone pericolose. Avevo fatto parte di un mondo in cui la lealtà si misura in soldi e sangue. Non c’era onestà, non c’era redenzione, non c’era futuro. Solo debiti e minacce.»
Rimasi immobile mentre James continuava:
«Se tu non avessi aperto quella porta, mi avrebbero trovato. E sarei morto, credimi. Quella notte è stata il mio ultimo margine di tempo. Il tuo divano è stato il mio nascondiglio.»
Si fermò un attimo, poi spinse la cartella verso di me:
«Dopo essere partito da qui, ho cambiato vita. Letteralmente. Nuovo paese, nuovo nome, nuovi documenti. Ho iniziato a lavorare pulito, con investimenti legali, aziende, immobili. Ho messo su famiglia. Ho cercato di essere un uomo migliore. E tutto questo—tutto quello che vedi qui—esiste perché tu hai avuto la bontà di prendere un estraneo in casa mentre fuori la tempesta voleva divorare il mondo.»
Aprii la cartella. La mia mente non era pronta a interpretare quello che vedevo. Contratti, atti notarili, estratti conto, partecipazioni societarie. Cifre enormi. Proprietà che io non avrei potuto permettermi nemmeno in sogno.
Balbettai: «Perché a me? Perché tutto questo?»
James mi fissò con un’espressione in cui c’erano serenità e tristezza insieme.
«Perché sei stato l’unico a non chiedermi nulla. Nessun denaro, nessuna spiegazione, nessuna promessa. E uno come te si incontra una volta sola nella vita.»
Si massaggiò la fronte, chiuse gli occhi per un istante, poi aggiunse con voce più bassa:
«E devo sbrigarmi. Ho un aneurisma cerebrale. Non operabile. Potrebbe esplodere domani, o tra qualche anno, o tra un’ora. Nessuno lo sa. Ma io so una cosa: non voglio morire con debiti non pagati.»
Tirò fuori una vecchia fotografia. Era consumata e leggermente macchiata su un angolo. La foto mostrava il mio ingresso di casa, io sulla soglia, con un uomo esausto e zuppo d’acqua fra le braccia. Io e lui. Quella notte.