Ogni raccolto che passa dalle mie mani alla terra e dalla terra alla tua tavola non è una semplice routine agricola. È un vero e proprio dramma che si svolge tra il cielo e la terra, tra la speranza e la paura, tra il mio cuore e il respiro spesso spietato della natura.
In primavera, quando i primi raggi caldi del sole risvegliano la terra, io la sento respirare in risposta. Arar non significa soltanto smuovere il terreno: è una promessa che faccio a me stesso e a chi gusterà i frutti di questo lavoro. Ogni seme nascosto sotto terra è una piccola scintilla di fede, un atto di fiducia che il futuro porterà abbondanza e non delusione. Ma insieme a questa fede arriva sempre l’ansia: quante volte le gelate improvvise della notte hanno distrutto ciò che fino al giorno prima sembrava vivo e forte?
L’estate è la stagione delle prove. Il sole cocente brucia non solo le foglie, ma anche il cuore, quando vedi i germogli appassire. Ogni goccia d’acqua diventa preziosa, ogni pioggia una festa. Eppure, anche in questa festa c’è il timore: non si trasformerà forse in tempesta, non spezzerà forse il vento violento i fusti ancora fragili, non strapperà i fiori da cui sarebbero nati i frutti?
Poi arriva il momento tanto atteso: i primi frutti. Sono ancora timidi, ancora piccoli, ma dentro di loro pulsa già l’energia che ho donato. Non è semplice cibo. È la speranza materializzata, trasformata in una forma che si può stringere tra le mani, annusare, accarezzare con le dita. E ogni volta che colgo un frutto maturo, sento che insieme a lui se ne va una parte della mia anima, donata senza riserve.
Ma dietro a questa bellezza c’è sempre un prezzo. Di notte ascolto il fruscio delle foglie: non sarà forse il silenzio, presagio di una tempesta, a farsi strada? Scruto il cielo: non si addensano forse nubi minacciose, pronte a distruggere tutto ciò che è stato coltivato con tanta cura? A volte la natura è crudele: un solo improvviso colpo di vento può annientare in pochi minuti il lavoro di un’intera stagione. E allora, nelle mani rimane non il raccolto, ma soltanto amarezza e vuoto.

Quando finalmente porto i frutti al mercato o li consegno a chi li ha attesi, vedo nei loro occhi una gratitudine semplice. Ma dietro quella gratitudine non sempre si comprende che in ogni pomodoro, mela o mazzo di erbe ci sono il freddo del mattino, il caldo del pomeriggio, la stanchezza della sera e la fede che tutto questo abbia senso.
Spesso penso che le persone diano per scontato il cibo. Non immaginano che dietro ogni pezzo di pane non ci siano soltanto terra e acqua, ma anche il cuore di chi, anno dopo anno, ripete lo stesso ciclo senza sapere mai come andrà a finire. L’agricoltura è un gioco senza garanzie. Non esiste un tasto “annulla”. Ci sei solo tu, la terra e il cielo, che possono essere generosi o spietati.
Eppure continuo. Perché in ogni stagione, in ogni nuovo germoglio, io vedo più di una pianta. Vedo la vita che nasce e riempie di senso tutto ciò che mi circonda. Credo che il cibo coltivato con amore porti con sé qualcosa di più del semplice gusto o delle calorie. Porta con sé il respiro della terra e il calore di un’anima. E forse è proprio questo che lo rende autentico.