Era una mattina come tante. Il sole cominciava appena a spuntare all’orizzonte, tingendo la strada di campagna di tonalità dorate e ambrate. L’aria era frizzante e una sottile foschia si stendeva sull’asfalto. Sergey, camionista di lungo corso, era di fretta: lo attendeva un lungo viaggio e ogni minuto contava. Il motore ronzava regolare, le gomme scorrevano in un ritmo familiare sulla strada deserta.
All’improvviso, dal nulla, un cane sbucò dai cespugli sul ciglio. Bianco e nero, dal pelo arruffato, le orecchie tese, abbaiava disperatamente — e si lanciò in mezzo alla corsia, bloccando la traiettoria del camion. Sergey frenò d’istinto, la cabina sobbalzò e il cigolio acuto delle gomme squarciò la quiete del mattino. Il camion si fermò a pochi metri.
Ma il cane non fuggì. Corse attorno al camion e si fermò accanto a un oggetto scuro e strano, proprio in mezzo alla carreggiata. Abbaiava con insistenza, quasi volesse richiamare l’attenzione. Sergey, ancora scosso dall’arresto improvviso, scese dalla cabina e si avvicinò all’animale.
— E adesso, che succede qui? — mormorò mentre avanzava.
Davanti a lui c’era un sacco nero dell’immondizia, apparentemente normale. La luce del sole mattutino ne faceva brillare la plastica. Sergey notò che era leggermente strappato, come se qualcuno avesse già provato ad aprirlo.
Il cane fece un passo indietro, ma senza distogliere lo sguardo da lui. Nei suoi occhi c’era ansia, ma anche una sorta di supplica silenziosa.

Sergey si chinò e tirò con cautela un lembo del sacco. Appena vide l’interno, un brivido gelido gli percorse la schiena. Avvolto in una vecchia coperta c’era un cucciolo minuscolo. Respirava a fatica, emetteva un flebile guaito, come se sentisse che l’aiuto fosse arrivato all’ultimo momento.
Il cuore dell’autista si strinse. Ora era tutto chiaro: quel cane bianco e nero era la madre del piccolo. Qualcuno, per liberarsi di un “peso”, aveva abbandonato il cucciolo in mezzo alla strada, condannandolo a una morte certa.
Senza esitare, Sergey prese il suo coltellino, tagliò con delicatezza il sacco e sollevò il piccolo, avvolgendolo nella giacca da lavoro. La madre lo annusò, gemette piano e cominciò a leccargli il musetto, come per assicurarsi che fosse salvo.
Nonostante la fretta e la lunga strada ancora davanti, Sergey capì che ora il suo carico non erano solo le merci nel rimorchio, ma anche quella fragile vita. Chiamò la cagna e insieme tornarono verso il camion.
Mentre risaliva in cabina, Sergey non smetteva di pensare: chi può arrivare a fare una cosa simile? Che genere di persona abbandona una creatura viva sull’asfalto? Non trovava risposta.
La madre si accovacciò sul sedile del passeggero, tenendo d’occhio il cucciolo. Il respiro del piccolo diventava pian piano più regolare, scaldato dalla giacca e dalla presenza materna.
Sergey sapeva una cosa con certezza: non li avrebbe lasciati. La strada davanti era lunga, ma ora non viaggiava più solo. E, nel profondo, sentiva che quell’incontro su una strada deserta non era stato un caso.