Nell’estate del 2013, in un piccolo villaggio vicino a Kostroma, in Russia, Yuri K., 26 anni, scomparve nel nulla. Nessun testimone, nessuna telefonata d’addio, nessuna prova di crimine: solo un silenzio improvviso e inquietante. I genitori denunciarono subito la scomparsa. Le squadre di soccorso perquisirono foreste, case abbandonate, scantinati. Le televisioni locali trasmisero il suo volto per settimane.
Ma con il passare dei mesi, il caso si raffreddò. Un anno. Due. Cinque. Alla fine, anche i più ottimisti cominciarono ad accettare l’inaccettabile: Yuri era probabilmente morto. La madre accendeva ogni anno una candela in chiesa nel giorno dell’anniversario. Il padre smise semplicemente di parlarne.
Poi, nel luglio del 2025, l’incredibile.
Una mattina, un uomo magro, con la barba lunga e gli occhi persi nel vuoto, apparve davanti alla casa di famiglia. I vestiti logori, l’andatura incerta, la voce bassa. La madre pensò fosse un senzatetto. Ma poi pronunciò una sola parola:
“Mamma.”
La tazza le cadde di mano. Urlò.
La polizia fu chiamata immediatamente. Tutti erano increduli. Dopo 12 anni, Yuri era tornato. Ma non era più lo stesso.
Fu subito portato in ospedale. I medici lo visitarono: nessuna ferita, nessuna cicatrice, nessun segno di violenza. Eppure il suo sguardo era assente. Parlava poco. Si bloccava a metà frase. Gli psicologi parlarono di disturbo post-traumatico grave. Ma nessuno sapeva spiegare dove fosse stato tutto quel tempo.

Il terzo giorno, Yuri cominciò a parlare.
“Mi sono svegliato in uno scantinato. Non ricordo come ci sono finito. Sentivo passi. Voci sussurrate dietro le pareti. Ma non ho mai visto nessuno. Mi portavano da mangiare. Acqua. Ma non sapevo né che ora fosse, né dove fossi…”
Raccontò di essere stato rinchiuso in una stanza senza finestre, al buio. Ogni tanto, bendato, veniva accompagnato fuori per qualche minuto. Mai libero, mai da solo. Ma la parte più inquietante?
Non era solo.
Nel locale accanto c’era qualcun altro. Una donna, a giudicare dalla voce. Parlava con lei attraverso una piccola grata. Poi, un giorno, non la sentì più. Mai più. Era sicuro fosse morta.
Ma ciò che lasciò tutti senza parole fu la scoperta fatta dai medici durante un controllo più approfondito.
Nel corpo di Yuri c’erano due microimpianti, uno nella spalla, l’altro vicino alla nuca. Piccolissimi. Sconosciuti.
Non erano dispositivi medici standard. Nessun ospedale ne aveva mai visti di simili. Nessuno sapeva cosa fossero.
A quel punto iniziarono a circolare le teorie. Alcuni parlavano di sette segrete. Altri di esperimenti militari illegali. Qualcuno, più fantasioso, tirò in ballo rapimenti alieni. Ma nessuna spiegazione riusciva a giustificare tutto.
Un agente locale, rimasto anonimo, raccontò qualcosa che fece gelare il sangue:
“Quando lo abbiamo trovato, aveva le unghie tagliate, i capelli curati, i vestiti puliti. Non era un uomo che viveva in prigione da 12 anni. Qualcuno si prendeva cura di lui. Ogni giorno. Con attenzione. Come se lo stessero… preparando.”
E se non fosse fuggito?
E se fosse stato rilasciato?
Volontariamente?
La domanda che nessuno osa fare ad alta voce: perché proprio adesso?
Yuri non parla con i giornalisti. Non usa il telefono. Non ha social. I vicini raccontano che di notte si siede sul portico e guarda il cielo per ore. Come se aspettasse qualcuno. O avesse paura che tornino a prenderlo.
Ogni mattina prepara due tazze di tè.
Una per sé.
Una per… qualcun altro.
Ma non dice mai per chi.
Una cosa è certa: questa non è solo la storia di una scomparsa.
È un avvertimento.
O forse un test.
Yuri è tornato. Ma cosa — o chi — ha lasciato dietro di sé?
E soprattutto…
Chi sarà il prossimo?