Era una sera come tante. Marc, un uomo riservato di mezza età, stava tornando a casa attraverso un sentiero montano vicino alle Alpi francesi. Il temporale si era appena placato, l’aria sapeva di pini bagnati e terra fresca. Camminava assorto, quando qualcosa attirò il suo sguardo tra due rocce: un piccolo essere tremante, rannicchiato, sporco e zuppo.
Un gattino, pensò. Abbandonato, probabilmente figlio di una gatta randagia. Senza esitare, lo avvolse nella sua giacca e lo portò con sé. Ma ciò che aveva appena raccolto non era affatto un gatto domestico. E da quel momento, la sua vita – e non solo la sua – stava per cambiare per sempre.
Lo sguardo del veterinario diceva tutto
La mattina successiva, Marc si recò dal veterinario del paese. Sperava in una visita rapida, forse qualche cura e un po’ di cibo. Ma appena la dottoressa aprì il trasportino, il suo viso impallidì. Rimase immobile per alcuni secondi. Poi si voltò verso Marc, visibilmente agitata.
— “Non è un gattino. Non so nemmeno se possiamo definirlo un felino comune. Questo animale… non dovrebbe essere qui.”
Era l’inizio di un enigma che avrebbe coinvolto scienziati, biologi, giornalisti e perfino le autorità ambientali francesi.
Un DNA che non convince nessuno
Le prime analisi non diedero risposte chiare. L’animale aveva caratteristiche simili a quelle dei gatti selvatici, ma con proporzioni insolite: zampe più lunghe, muso più sottile, occhi di un verde quasi ipnotico. Il pelo, poi, aveva una trama che nessun veterinario locale riusciva a ricondurre a una razza conosciuta.
Fu ordinato un test genetico completo. I risultati arrivarono una settimana dopo e lasciarono tutti a bocca aperta: l’animale aveva un profilo genetico compatibile solo in parte con i gatti domestici. Il resto apparteneva a una sottospecie ritenuta estinta da oltre un secolo: il Felis Lybica Europea, un felino selvatico antico, antenato dei gatti moderni.
Ma c’era di più. Le sequenze genetiche rivelavano mutazioni mai osservate prima. Era un esemplare unico. O forse… il primo di una popolazione rimasta nascosta per decenni.
“Zaffiro” finisce sotto osservazione — ma il pubblico si ribella
Il misterioso felino, ribattezzato “Zaffiro” per i suoi occhi brillanti, fu trasferito in un centro di recupero faunistico. Le autorità ordinarono il massimo riserbo, temendo un assalto mediatico. Ma Marc, ormai affezionato all’animale, non accettò di separarsene. Cominciò a raccontare la sua storia sui social.

Nel giro di tre giorni, la vicenda esplose: oltre 120.000 firme raccolte in una petizione per permettere a Marc di continuare a vedere Zaffiro, decine di articoli sui giornali e una mobilitazione mai vista per un “gatto” sconosciuto.
Alla fine, gli esperti cedettero: fu creato uno spazio protetto tra boschi e ruscelli, un’area semi-selvatica dove Zaffiro potesse vivere in libertà parziale, monitorato da ricercatori — ma sempre con Marc accanto, come figura di riferimento.
E se non fosse stato l’unico?
Nei giorni successivi, si moltiplicarono le segnalazioni. Escursionisti raccontavano di aver visto “strani gatti selvatici” nei boschi del Vercors. Alcuni agricoltori riferivano di ululati notturni diversi dal solito. In pochi giorni, furono installate fototrappole in sei zone diverse delle Alpi.
E poi, l’incredibile: una delle telecamere catturò l’immagine sfocata di un altro esemplare simile a Zaffiro, a chilometri di distanza. Gli esperti iniziarono a parlare di una colonia sopravvissuta, invisibile agli occhi dell’uomo per decenni.
Un errore… che ha cambiato la storia
Marc pensava di aver salvato un gattino. Ma ha finito per riscrivere un capitolo dimenticato della storia naturale europea. Gli zoologi ora si interrogano: come è possibile che una specie così sfuggente sia sopravvissuta fino ad oggi? E cosa sappiamo davvero delle creature che abitano i nostri boschi?
Zaffiro continua a vivere, libero ma protetto. E Marc non ha smesso di percorrere quel sentiero, ogni giorno, alla stessa ora. Dice che a volte sente di essere osservato. Forse Zaffiro non è mai stato davvero solo.