“SI CHINÒ SULLA MOGLIE MORENTE E LE SUSSURRÒ QUALCOSA… POCHI MINUTI DOPO, AVREBBE DATO TUTTO PER RIPRENDERSI QUELLE PAROLE”

Cyril conosceva ormai quell’ospedale come casa sua. I corridoi, le luci fredde, l’odore di disinfettante: tutto era diventato familiare — ma mai rassicurante. Ogni visita lo svuotava un po’ di più.
E prendeva sempre le scale. Non per fare esercizio. Ma per evitare gli sguardi di compassione, i “come stai?” detti per abitudine, il peso degli altri che non sapevano che dire.

Quel giorno teneva in mano un piccolo mazzo di rose bianche. Un gesto per salvare le apparenze. Larissa, sua moglie, era in coma da settimane. Non le avrebbe viste, non le avrebbe annusate. Ma le rose servivano agli altri: ai medici, ai parenti.
Il marito devoto. Il ruolo doveva essere interpretato.

Ma dietro quella maschera, qualcosa dentro Cyril stava crollando.

Il pensiero che non osava confessare
Le spese ospedaliere aumentavano. I giorni passavano, identici e vuoti. E dentro di lui, silenziosamente, cominciava a formarsi un pensiero. Orribile. Inaccettabile.

“E se Larissa non si svegliasse mai?”

Lui avrebbe ereditato tutto. Avrebbe avuto pace. Una via d’uscita.

E quel pensiero, seppur orrendo, era anche pericolosamente liberatorio.

Quella frase che cambiò tutto
Entrò nella stanza come sempre. Mise i fiori nel vaso. Sistemò la coperta.
Si sedette accanto a lei. La osservò a lungo. Poi, quasi senza pensarci, si chinò verso di lei.
E le sussurrò:

“Se mi senti… lascia andare. Non devi lottare per me. Non ce la faccio più.”

Le parole uscirono piano. Dolci, quasi tenere. Ma velenose.

Si appoggiò allo schienale. Chiuse gli occhi. Per la prima volta, sentì un istante di sollievo.
Ma durò esattamente due minuti.

Poi accadde l’impensabile
Il suono regolare dei macchinari cambiò.
Il monitor cardiaco cominciò a lampeggiare.
Un allarme. Un altro.
Corsa. Urla. Infermieri che entrano di corsa.

Larissa era in arresto cardiaco.

Lo fecero uscire dalla stanza. Stava lì, immobile nel corridoio. E sentiva solo una frase che gli martellava nella testa:

“Se mi senti… lascia andare.”

Lei lo aveva sentito?
Dopo 23 minuti, un medico uscì dalla stanza. Il volto era teso, stanco.

— «Siamo riusciti a rianimarla. È stabile per ora. Ma… la situazione resta critica.»

Cyril annuì. Non disse nulla. Ma dentro di lui scoppiò qualcosa.

Era come se Larissa avesse risposto. Come se quelle parole — sussurrate, quasi per debolezza — avessero raggiunto qualcosa in lei.

E lei… stava cercando di andarsene.

La notte più lunga della sua vita
Non dormì. Non mangiò.
Restò seduto in cucina, al buio. Con una sola frase in testa:

“Non ce la faccio più.”

Aveva chiesto alla persona che amava di smettere di lottare. E lei aveva obbedito.

Il giorno dopo, andò in ospedale con tulipani rossi, non più rose bianche.
Si sedette accanto a lei. Le prese la mano.

E sussurrò:

“Perdonami. Ti prego… resta. Lotterò io per te.”

E poi… un segno
Cinque giorni dopo, alle 3:17 del mattino, il telefono squillò. Era una delle infermiere.

«Signor Cyril… sua moglie ha aperto gli occhi.»

Corse in ospedale. Larissa era cosciente.
Non parlava. Ma lo guardava.
E quando lui le prese la mano, le sue dita si mossero.
Debolmente. Ma con intenzione.

Una storia che nessuno racconta volentieri
Larissa è ancora in riabilitazione. Ogni giorno è una sfida. Forse non ricorderà mai quelle settimane nel coma.
Ma Cyril non dimenticherà mai quella frase.
Quel sussurro.
E il prezzo che ha quasi pagato per averlo detto.

Oggi porta fiori ogni mattina. Ma mai bianchi.

Ha detto una volta a un’infermiera:

“I fiori bianchi mi ricordano il silenzio. E il rimorso.”

Perché a volte le parole più leggere… pesano come pietre
E perché, anche quando pensi che nessuno possa sentirti…
Qualcuno, da qualche parte, potrebbe ascoltare.

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