Quando senti la parola «yacht», la mente corre subito a immagini da sogno: acqua turchese, un calice di champagne in mano, la pelle dorata dal sole e risate spensierate che si perdono tra le onde. È la fantasia. La versione patinata che vedi su Instagram. Ma quello che ho vissuto io quel giorno è qualcosa che nessun filtro potrà mai nascondere.
Era una normale giornata estiva al largo della costa turca. Il sole splendeva, il mare era calmo, e la brezza salata accarezzava dolcemente la pelle. Eravamo in cinque: tre ragazzi e due ragazze, su uno yacht di medie dimensioni affittato per un giorno. Musica, qualche drink leggero, sorrisi ovunque. Ci sentivamo invincibili. Felici. Spensierati. Nessuno di noi poteva immaginare che dietro quel quadro perfetto si stesse preparando un incubo.
Il capitano ci propose di provare il classico “banana boat” – quel gonfiabile lungo e giallo trainato da un motoscafo, progettato per farti volare via tra le risate. Sembrava l’idea perfetta per aggiungere un po’ di adrenalina alla giornata. Ovviamente dissi subito di sì. Sempre pronta a qualsiasi follia. GoPro sulla testa, sorriso stampato in faccia, zero paure.
Ci sedemmo in tre sul banana: io davanti, il mio ragazzo subito dietro e il suo amico in fondo. Il motoscafo partì. In pochi secondi, volavamo sull’acqua, il vento sferzava i volti, le onde ci schiaffeggiavano, e noi urlavamo dalla gioia. Tutto perfetto.
Finché non lo è stato più.
La barca fece una curva improvvisa. Troppo stretta.
Il banana si sollevò in aria. Per un attimo sembrava tutto rallentato. Poi lo schianto. Fummo sbalzati via come pupazzi. Io colpii l’acqua con il viso. Un lampo bianco, poi il vuoto. Quando riemersi, confusa e ansimante, sentii una fitta atroce sulla guancia. Portai la mano al volto. Sangue. Tanto. L’acqua salata bruciava come fuoco.
Mi ero scontrata contro un gancio metallico, quello che collegava il cavo del banana alla barca. Doveva essere coperto da una protezione. Ma non lo era.

Mi tirarono su sulla barca in preda al panico. Il mio ragazzo era sconvolto. Non capii subito il perché, finché non vidi il mio volto riflesso nello schermo del cellulare.
Un taglio profondo correva dalla parte alta della guancia fino al mento, irregolare, spaventoso. Il mio costume era intriso di sangue. Nessuno parlava più. Il silenzio era più assordante del motore. La costa più vicina? A quaranta minuti di distanza. E lì, la paura vera mi paralizzò.
Sentii uno dei ragazzi sussurrare al capitano: “Se sviene, siamo nei guai.” In quel momento, non ero più una persona. Ero un problema. Una testimonianza vivente di quanto può essere sottile la linea tra divertimento e tragedia.
Mi portarono in ospedale. Nessun tempo per l’anestesia: dovevano cucire subito. Quindici punti. Tre ore. Dolore puro. “Ti è andata bene,” disse il medico. “Due centimetri più in alto e avresti perso un occhio.”
Ora, due settimane dopo, sono a casa con le bende sul viso. Ogni volta che passo davanti a uno specchio, rivedo quel momento. Non per la ferita. Non per la paura. Ma per la mia ingenuità. Pensavo che finché c’era il sole, il mare e un bello yacht, nulla potesse andare storto.
Mi sbagliavo.
La verità?
Il lusso non significa sicurezza. Il divertimento non equivale al controllo. Solo perché qualcosa sembra perfetto, non vuol dire che non possa trasformarsi in un incubo in un attimo.
Non scrivo questo per pietà o per visibilità. Lo scrivo perché la realtà può essere brutale. Le onde non avvisano. Le disgrazie non fanno rumore. Arrivano quando meno te lo aspetti.
Se stai pianificando quella giornata perfetta in yacht, fallo. Ma fallo con gli occhi aperti. Perché il glamour è fragile. E la realtà? La realtà lascia cicatrici.