Non credeva nel paranormale. Fino a quella notte.
Giuseppe era un uomo razionale. Ingegnere, abituato ai numeri, alla logica, ai fatti. Quando sua figlia Anna, dodici anni, morì improvvisamente nel sonno, il mondo crollò. I medici parlarono di un’aritmia fulminante. Nessun sintomo. Nessun avvertimento. Solo silenzio.
Dopo il funerale, la casa si trasformò in un museo di ricordi: il peluche sul letto, la scrivania con i libri di scuola aperti, la sua voce ancora impressa nella segreteria telefonica. Ogni stanza sussurrava il suo nome.
Poi arrivarono i rumori.
All’inizio fu un carillon che si attivava da solo. Poi il suono lieve di passi nel corridoio. Una notte, mentre Giuseppe passava accanto alla porta della cameretta, sentì qualcuno bisbigliare:
«Papà…»
Aprì la porta di scatto. Vuoto.
Era stanco, confuso. Ma più passavano i giorni, più cresceva in lui un pensiero insensato, folle, ossessivo:
E se non se ne fosse mai andata davvero?
E così fece l’impensabile.
Acquistò una microcamera ad alta sensibilità e, senza dirlo a nessuno, la inserì nella bara, nascosta tra il tessuto interno. Voleva una prova. Un’ultima certezza. Che fosse finita. Che tutto ciò fosse nella sua mente.
La collegò al computer, con un sistema di allarme attivato dal movimento. Sei notti, nulla. La settima…
notifica attivata alle 3:17 del mattino.
Giuseppe aprì il video con le mani tremanti.
Inizialmente solo buio. L’interno della bara. Nessun suono. Poi, nell’angolo in basso a sinistra…
qualcosa si mosse.
Un dito.
Minuscolo. Pallido. Si mosse lentamente.
Toc. Toc. Toc.
Tre colpi lievi, ovattati. Poi una voce, debole, come un soffio tra i denti:
«Papà… mi senti?»
Giuseppe cadde dalla sedia.
Lo riguardò. Dieci volte. Ogni volta peggio. Alla fine del video, qualcosa si avvicinò alla lente: un volto. Il volto di Anna. Ma con gli occhi aperti.

E parlò:
«Fa freddo. Non sono sola.»
Il video si interruppe.
Pensò fosse un’allucinazione. Analizzò il file. Nessuna traccia di modifica. I metadati erano integri. Nessun segno di manomissione. Lo caricò su un forum specializzato, sotto falso nome. Le reazioni arrivarono in massa:
– «Questo non è un fake.»
– «La voce… è vera.»
– «Ho guardato troppo a lungo. Ora sento bussare anch’io.»
Qualcuno scrisse:
«Se continui a guardare, lei ti trova.»
Giuseppe non dormì per due giorni.
Poi, una nuova notifica.
Movimento rilevato. Ore 2:44.
Nel video si vedeva un foglio, spinto lentamente davanti alla lente. Una scrittura tremolante. Anna. Nessun dubbio.
«Papà… torna. Ti sto aspettando.»
Da quel momento, qualcosa in lui si spezzò.
Lo trovarono nel cuore della notte, nel cimitero, a mani nude, mentre scavava la terra sulla tomba della figlia. Ripeteva solo una frase:
«È viva… è viva… me lo ha detto.»
Fu internato. Diagnosi: psicosi post-traumatica acuta. Ma il laptop, rimasto acceso in casa, registrò un ultimo segnale.
Alle 3:00 esatte, la camera si riattivò.
Anna era lì.
Con gli occhi aperti. Un mezzo sorriso. Le labbra si mossero ancora una volta:
«Ora tocca a te dormire, papà.»
Il file è sparito. Ma si dice che ogni tanto riappaia.
Nei meandri più oscuri del web. In pagine che non durano più di qualche ora.
E chi lo guarda… spesso non è più lo stesso.
Vuoi vederlo?
Bene. Ma sappi una cosa:
una volta che ti ha visto… non smetterà di cercarti.