A volte desideriamo solo pace. Nessuna voce, nessun rumore, nessuna presenza. Solo il fruscio degli alberi, l’umidità del suolo e il suono dei propri pensieri che si perdono nel vento.
Quella mattina non cercavo nulla di speciale. Volevo semplicemente sparire. Camminare senza meta, lontano dalla frenesia, lontano dal mondo.
Così mi sono inoltrato nel bosco. Lento, assorto. Ogni passo affondava in un tappeto di foglie morte. L’aria era immobile, pesante di nebbia.
Ed è lì che l’ho visto.
Un albero.
Non più alto degli altri. Non più maestoso. Ma… diverso.
C’era qualcosa in quell’albero.
Una simmetria inquietante. Una calma sovrannaturale. Sembrava vivo. Consapevole.
Senza pensarci troppo, ho alzato il telefono per fotografarlo. Una semplice immagine nel silenzio del mattino.
Ma nel momento in cui ho guardato attraverso l’obiettivo…
tutto è cambiato.
Un movimento che non era vento
I rami erano fermi. L’aria, immobile. Ma sul bordo del campo visivo qualcosa si mosse.
Un tremolio. Come il riflesso dell’acqua. Un’illusione?
No.
Era qualcosa di reale.
Una figura minuscola, più piccola di un bambino, è apparsa da dietro l’albero.
Non un animale. Non un essere umano. Non un’ombra.
Qualcos’altro.
Fluttuava più che camminare. Il suo corpo non aveva contorni netti. Sembrava liquido.
Aveva due occhi luminosi, di un blu tenue, che non brillavano — respiravano.
Ho sentito una voce. Ma non con le orecchie.
Non ha parlato. Ma l’ho sentito chiaramente. Dentro.
Un pensiero, un messaggio, inciso nella mente:
«Hai visto. Quindi eri pronto.»

Non ho capito il significato. Ma ho capito che quello non era un incontro casuale.
Io non avevo trovato lui. Lui aveva trovato me.
Luce. Silenzio. Vuoto.
Non ricordo cosa è successo dopo. Solo che mi sono ritrovato nello stesso punto. Da solo.
Il telefono in mano. Spento. Nessuna foto. Nessun video. Solo una sensazione nella pelle, nel respiro.
Il bosco sembrava lo stesso. Ma non lo era.
Ogni foglia sembrava osservare. Ogni passo rimbombava come in una stanza vuota.
Qualcosa era cambiato. Dentro di me. O attorno a me.
Allora… era reale?
Una visione? Una fantasia? Una creazione della mente?
O forse no.
Forse era un invito.
Sono tornato
Il giorno dopo. E quello dopo ancora. Sempre allo stesso punto. Lo stesso albero. La stessa nebbia.
Lui non è tornato. Non ancora. Ma io sento che c’è. Sento che mi guarda. Che aspetta.
Ricordo le sue parole, silenziose ma chiare:
«Chi vede, torna. Chi accetta, cambia.»
Io sono tornato.
Io ho accettato.
E so che nulla sarà più come prima.
Pensi che un bosco sia solo alberi?
Allora vai. Da solo. In silenzio. Senza telefono.
Cammina. Non pensare. Ascolta.
E forse, se sarai pronto…
Lo vedrai anche tu.
Ma ricordati una cosa:
Una volta che lo vedi — non puoi più smettere di vedere.