Durante il funerale, serpenti e scorpioni hanno iniziato a uscire dalla tomba…

Doveva essere un momento di silenzioso addio. Un funerale semplice, rurale, ai margini di un piccolo villaggio incastonato tra colline e cipressi, sotto un cielo grigio e immobile. I presenti, vestiti di nero, si erano riuniti per rendere omaggio ad Areg Nalbandian, un uomo di 57 anni che aveva vissuto ai margini della comunità, conosciuto da pochi e capito da ancora meno.

Ma quello che accadde davanti alla sua tomba trasformò quella giornata in qualcosa di indelebile.

Il rito si svolgeva secondo tradizione. Il prete mormorava preghiere, i familiari piangevano sommessamente, la bara scendeva lentamente nel terreno. Poi — un urlo.

Uno degli addetti al seppellimento indietreggiò di colpo.

Dal terreno fresco cominciarono a uscire serpenti.

Decine di loro. Lunghi, sottili, sibilanti. Si avvolgevano tra i piedi, strisciavano tra le lapidi. E, come se non bastasse, anche scorpioni iniziarono ad apparire — neri, lucidi, con aculei minacciosi, provenienti dagli angoli della fossa.

La folla si disperse nel panico. Qualcuno urlò, una donna svenne, i fiori vennero abbandonati sul terreno. Il sacerdote, pallido, si fece indietro. La scena era surreale: la morte era già lì, ma sembrava che qualcos’altro stesse tentando di riemergere da sotto la terra.

In mezzo al caos, un uomo anziano rimase immobile. Si chiamava Armen. Era un ex insegnante in pensione, e conosceva Areg da quando erano bambini. Le sue parole furono gelide:

«Ha maledetto la terra… E ora la terra lo maledice.»

Chi era Areg Nalbandian?
Un solitario. Così veniva definito. Viveva in una vecchia casa in pietra, ai margini del bosco, e raramente si faceva vedere in paese. Alcuni lo consideravano un eremita, altri lo descrivevano come un erborista, un uomo che parlava da solo e tracciava strani simboli nel giardino. Non riceveva mai visite dopo il tramonto.

Si diceva che studiasse antichi testi, che avesse appreso rituali dimenticati in gioventù. C’erano racconti di animali trovati bruciati nei campi, ossa disposte in cerchi, e — secondo i bambini — strani canti durante i temporali.

Nessuna prova. Nessuna denuncia. Solo sussurri.

Quando morì — per cause naturali, da solo — pochi parteciparono al funerale per amore. Molti andarono per curiosità. Alcuni, forse, per essere sicuri che fosse davvero morto.

La scoperta sconvolgente
Dopo l’evento, le autorità intervennero. L’area fu isolata e gli esperti in animali pericolosi esaminarono il sito. A circa un metro sotto la bara, scoprirono qualcosa di inaspettato: un grande vaso d’argilla, sigillato con cera e coperto con stoffa marcita.

All’interno: erbe secche, ossa animali, denti — e, cosa più inquietante, un rotolo antico, scritto in armeno classico. Frasi codificate parlavano di maledizioni, “sigilli di contenimento” e “porte dell’inquietudine”.

Il messaggio era chiaro: la tomba era già stata preparata molto tempo prima, non per accogliere, ma per contenere.
Qualcosa era stato sepolto lì prima — forse non un corpo, ma un’energia. Un rituale. Una barriera.

Il corpo di Areg era stato posto proprio sopra quel sigillo. E forse, con quel gesto, era stato spezzato.

Realtà o leggenda?
Molti esperti hanno tentato di dare spiegazioni razionali: reazioni chimiche, nidi naturali di rettili attivati dallo scavo, fenomeni rari. Ma nessuno ha potuto negare l’inquietante coerenza tra quanto accaduto e i simboli trovati nella tomba.

Un noto studioso di folklore caucasico ha dichiarato:
«Questo corrisponde esattamente ai rituali di legatura spirituale descritti nei testi del IX secolo. Non è superstizione. È conoscenza antica, praticata per contenere ciò che non poteva essere distrutto.»

E adesso?
Il cimitero è stato chiuso. La tomba isolata con barriere. La casa di Areg, nel bosco, è stata sigillata per indagini. Pare che nella cantina siano stati trovati gli stessi simboli presenti sul rotolo.

Nel villaggio pochi vogliono parlare. Alcuni giurano di aver visto luci nel bosco di notte. Altri dicono di aver sentito sibili sotto le finestre.

Una cosa è certa: quel funerale non è stata una fine. È stato l’inizio.

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