Il turno di notte sembrava non finire mai. Le luci tremolanti della stazione di servizio illuminavano appena l’asfalto bagnato, impregnato dell’odore di benzina e vento freddo. Anna, la giovane addetta, si tolse i guanti e sospirò, cercando di scaldarsi le mani intirizzite con una tazza di tè scadente. La notte pareva infinita.
Accanto a lei, due colleghe – Olga e Svetlana – si divertivano con risatine e battute cattive.
— Che spettacolo ieri! — rise Olga. — Quel vecchio con la sua “Zaporozhets” arrugginita… pensavo che sarebbe rimasto bloccato qui per sempre.
— Già, è un miracolo che sia riuscito ad arrivare fin qua, — aggiunse Svetlana con ironia. — Dovrebbe aprire un museo delle auto d’epoca.
Si misero a ridere come ragazzine. Anna invece rimase in silenzio. Non le sembrava affatto divertente. Davanti agli occhi aveva ancora l’immagine del vecchietto: le mani tremanti mentre frugava nelle tasche vuote, lo sguardo smarrito e pieno di vergogna. Non aveva resistito: gli aveva riempito il serbatoio senza chiedere un centesimo.
— Non capite… — mormorò piano.
— E cosa c’è da capire? — sbuffò Olga. — Per la tua bontà ora ti toglieranno i soldi dalla busta paga. Se non peggio.
Anna rabbrividì. Ricordava bene lo sguardo del direttore quando aveva saputo del suo gesto. Danyil Valerievich, il proprietario del distributore, era un uomo duro e avido. Le labbra si piegarono in un ghigno sprezzante:
— Ah, quindi adesso siamo un ente di beneficenza? Versiamo benzina gratis a chiunque?
La sua voce velenosa le fece gelare il sangue. Poi la sentenza:
— Prendi le tue cose. Da domani non ti voglio più vedere qui.

Anna si tolse il badge e se ne andò senza dire una parola. Alle sue spalle, le colleghe ridevano ancora, con cattiveria.
IL GIORNO DOPO
La stazione era tornata alla sua solita monotonia. Olga e Svetlana si sentivano le regine del turno, bevendo bibite e spettegolando. Di nuovo parlarono di Anna, prendendola in giro per la sua “aria da santa”.
Ma il loro riso si spense di colpo.
Davanti alle pompe si fermò la stessa vecchia “Zaporozhets”. Solo che, questa volta, il vecchietto non era solo. Dal sedile del passeggero scese un uomo alto, in un abito elegante. I suoi movimenti erano calmi, lo sguardo freddo e penetrante. La sua sola presenza metteva pressione nell’aria.
Si fermò davanti al bancone.
— Dov’è lei? — chiese con voce secca, autoritaria.
Un silenzio gelido calò. Le due donne si scambiarono sguardi nervosi.
— Chi… chi cercate? — balbettò Svetlana.
— La ragazza, — rispose l’uomo, indicando il padre. — Quella che lo ha aiutato.
Nessuna ebbe il coraggio di rispondere. Olga inghiottì a vuoto.
— Non lavora più qui, — riuscì infine a dire sottovoce.
Lo sguardo dell’uomo si fece più duro. Osservò ognuna di loro, come se stesse leggendo nei loro pensieri. Poi parlò con voce bassa, ma tagliente:
— Peccato. Perché se lei non appartiene a questo posto… forse neanche voi ci appartenete.
Quelle parole pesarono più di una minaccia urlata. Olga e Svetlana sentirono il gelo salire lungo la schiena.
LA VERITÀ
Poco dopo la verità venne a galla. Quel “vecchietto sfortunato” non era un poveraccio qualunque. Era il proprietario di una delle più grandi catene di concessionarie della regione. Era venuto con la vecchia macchina apposta, per mettere alla prova la gentilezza delle persone.
E Anna — la ragazza derisa e licenziata — era stata l’unica a mostrargli rispetto e umanità. Non aveva visto un rottame, ma un uomo.
L’uomo in giacca, suo figlio, era tornato solo per ricompensarla. Non cercava vendetta, ma il suo tono gelido rimase inciso come un marchio in chi aveva riso di lei.
IL FINALE
Pochi giorni dopo, trovarono Anna. Le offrirono un posto di lavoro in una delle concessionarie, con uno stipendio degno e, soprattutto, con rispetto.
Quanto a quella piccola stazione di servizio, rimase impressa nella memoria di molti. Non più come un luogo dove fare rifornimento, ma come un posto dove la crudeltà e lo scherno furono zittiti in un istante.
Perché quando il vecchietto sulla Zaporozhets tornò — non c’era più niente da ridere.