Galina si svegliò prima dei galli, come sempre. La sua piccola casa di campagna era ancora immersa nell’oscurità, come se la notte non volesse cedere il posto al nuovo giorno. Ma lei, donna temprata dalla vita, era abituata a levarsi al primo bagliore dell’alba, anche se il sole faticava a penetrare la nebbia fitta. “Il sonno è per i deboli, il lavoro per i forti”, diceva sempre, stringendo con gesto deciso il foulard colorato sui capelli grigi.
Quella mattina, però, qualcosa era diverso. Al posto della solita energia, un’inquietudine inspiegabile le pesava sul petto. Il silenzio fuori non rassicurava, anzi, la soffocava. Sembrava che qualcuno, invisibile ma reale, la stesse osservando. Si avvicinò alla finestra.
Il villaggio dormiva ancora, avvolto da un velo d’argento di nebbia. Le case, con le finestre spente, parevano volti senza vita che fissavano il vuoto. Solo l’abbaiare lontano di un cane ricordava che la vita non si era spenta. Con un gesto meccanico afferrò il cesto di vimini: era il compagno inseparabile di ogni sua spedizione nei boschi in cerca di funghi.
Appena uscì in cortile, l’aria fredda la investì come un brivido. Persino il vento, di solito libero nei campi, sembrava essersi immobilizzato. «Non mi piace…», mormorò, stringendosi nello scialle di lana. Ma non aveva scelta: il bosco non avrebbe atteso.
Camminando verso il limite del paese, passò davanti alle vecchie case storte, che parevano piegate sotto il peso degli anni. Su una di quelle verande sedeva Pietro, il vedovo di settantacinque anni. Curvo, immobile, sembrava una parte del paesaggio, un fantasma della stessa nebbia. Da decenni viveva solo, dopo la tragica morte della moglie Marina.
Nessuno sapeva davvero cosa lo trattenesse ancora lì. Alcuni bisbigliavano di una maledizione, altri di segreti inconfessabili. Ai bambini si diceva di non avvicinarsi al suo cortile. E Pietro non spiegava nulla. Si limitava a osservare il mondo, in silenzio.
Ma Galina non sapeva che la notte precedente Pietro non era stato solo. Una figura — giovane, sottile, completamente zuppa d’acqua — era uscita dalla palude e si era diretta verso il suo cortile. Alcuni giuravano di averlo visto trascinarla dentro casa. Poi, silenzio. Nessuno ebbe il coraggio di avvicinarsi.
La mattina seguente, il silenzio fu squarciato. Un urlo si levò dall’interno della casa di Pietro, acuto, disumano. Tutti si immobilizzarono. Le finestre si aprirono, le porte scricchiolarono, ma nessuno osò muoversi.
Fu Galina, spinta dalla paura e dalla curiosità, ad aprire la porta socchiusa del vecchio. La scena che le apparve davanti fece vacillare le sue gambe.

Sul pavimento, seminuda e coperta di fango, giaceva una giovane donna. Le alghe della palude le erano ancora attaccate alla pelle, gli occhi spalancati di terrore. Pietro, pallido come un cadavere, stava nell’angolo, tremando.
La voce spezzata della donna sussurrò: «Mi ha salvata… ma la palude… la palude non mi lascia andare». Poi esplose in un nuovo grido, ancora più forte, un lamento che fece vibrare i vetri e raggelò il sangue degli abitanti.
La sera, le voci correvano veloci. Alcuni giuravano che la donna non fosse affatto umana, ma lo spirito della palude. Altri sostenevano che Pietro avesse stretto un patto oscuro, e che ora ne pagava il prezzo. Nessuno trovò il coraggio di avvicinarsi di nuovo alla sua casa.
Un fatto, però, rimase certo: da quel giorno, la casa di Pietro non fu mai più la stessa. Ancora oggi, nelle notti più nebbiose, qualcuno dice di sentire le urla provenire da dentro, molto tempo dopo che la giovane donna era scomparsa senza lasciare traccia.
E così la storia del vecchio vedovo e della misteriosa creatura della palude divenne leggenda, un racconto sussurrato a bassa voce, un monito per i bambini curiosi. Perché quando la palude restituisce qualcosa, lo fa sempre a caro prezzo.