La mattina sembrava promettere tranquillità. La nostra auto di pattuglia procedeva lentamente lungo la statale, controllando la situazione. Una sottile nebbia avvolgeva l’asfalto, e il mondo intorno pareva ancora immerso nel sonno. Le auto erano rare; solo, di tanto in tanto, il rombo lontano di un camion disturbava il silenzio.
Poi, all’improvviso, la routine si infranse.
Con la coda dell’occhio, nello specchietto retrovisore, notai qualcosa di strano. All’inizio pensai fosse una cassa o un mobile caduto da un camion—succede, a volte. Ma avvicinandomi capii che non era nulla di simile.
Proprio al centro della carreggiata, in solitudine sotto la luce pallida del mattino, c’era una bara bianca, lucida, con pesanti maniglie metalliche che brillavano appena.
Intorno, nessuna macchina. Nessuna persona. Nessuna traccia di pneumatici. Solo quella bara, come un inquietante messaggio lasciato di proposito.
Fermai l’auto, accesi le luci lampeggianti e chiamai rinforzi. Una strana tensione mi serrava il petto—non avevo mai visto nulla del genere. Scesi lentamente, i passi pesanti sull’asfalto umido. Alla luce dei lampeggianti, il legno laccato rifletteva come se fosse stato lucidato pochi minuti prima.
Sul terreno notai deboli segni di trascinamento, come se fosse stata tirata per decine di metri prima di essere collocata lì, perfettamente al centro della strada. Nessuna logica, nessuna spiegazione evidente.

Pochi minuti dopo arrivarono i miei colleghi. Ci scambiammo uno sguardo teso, nessuno di noi desiderava essere il primo ad aprirla. Ma non potevamo aspettare. Se c’era anche solo una minima possibilità che all’interno ci fosse qualcuno vivo, dovevamo intervenire.
Afferrai una delle maniglie. Era gelida, e un pensiero mi attraversò la mente: E se quello che vedrò non riuscirò mai più a dimenticarlo?
Il coperchio si aprì con un cigolio lento e sinistro. All’interno c’era un corpo—ma non come ce lo aspettavamo. Il volto era coperto da un panno nero, e sul petto erano disposti ordinatamente dei giocattoli per bambini: un orsetto di peluche, una piccola automobile e una bambola malconcia a cui mancava un braccio.
L’odore era insolito—non di decomposizione, ma un misto di vecchio profumo e polvere. Sollevammo con cautela il panno. Davanti a noi apparve il volto di una donna, forse quarantenne, vestita con un abito da sposa. Al collo portava un medaglione antico con delle iniziali incise, e all’anulare un anello che non sembrava armonizzarsi con il resto dell’abbigliamento.
La sua pelle era pallida, non grigia come quella dei morti, ma di un bianco quasi porcellanato. Per un istante mi sembrò che respirasse, ma nessuno ebbe il coraggio di toccarla.
Chiamammo subito la scientifica. Mentre aspettavamo, la nebbia si faceva più densa, e in quella coltre lattiginosa la bara sembrava un oggetto uscito da un vecchio film dell’orrore—troppo perfetta, troppo inquietante.
Più tardi, gli esperti confermarono che la donna era morta da oltre ventiquattro ore. Ma come e perché fosse finita lì, in mezzo a una strada deserta, resta un mistero. Nessuna telecamera, nessun testimone, nessuna traccia da seguire.
Da quel giorno, ogni volta che pattuglio quel tratto, mi ritrovo a controllare lo specchietto retrovisore più spesso di quanto vorrei. Perché, in fondo, non riesco a scacciare un pensiero: E se la prossima volta vedessi di nuovo quella bara bianca—e fosse lì ad aspettare proprio me?