Ho 65 anni. Vivo sola. Non per forza, ma per scelta. Non ho mai voluto figli, né famiglia. Ho sempre amato la libertà, il silenzio, l’ordine. In questa casa tutto è come deve essere. Ogni oggetto ha il suo posto. Ogni giorno scorre secondo il mio ritmo. Nessun rumore. Nessuna corsa. Nessuna voce a rompere la pace.
La solitudine per me non è mai stata un peso. È stata la mia compagna fedele.
Ma qualcosa è cambiato.
Tutto è cominciato una mattina, mentre bevevo il mio caffè caldo, seduta sul mio vecchio divano logoro, con lo sguardo perso nelle tende rosse che ondeggiavano leggere nella luce del sole.
Non c’era vento.
Eppure le tende si muovevano. Lentamente. Come accarezzate da qualcosa che non potevo vedere.
E poi — un sussurro. Così lieve, così dolce da sembrare un respiro:
— “Calmati…”
Mi sono irrigidita. Non era un rumore qualunque. Era una voce. Una voce che non apparteneva a nessuno che io conoscessi. In casa non c’era nessuno. Vivo sola da anni. Eppure quella voce era lì, accanto a me.
Non era la prima volta che sentivo qualcosa di strano. Alcune settimane prima mi era sembrato di sentire dei passi nel corridoio. Una sera cadde un libro dallo scaffale senza motivo. Avevo dato la colpa all’età, alla fantasia, al legno vecchio che scricchiolava.
Ma quel sussurro… era reale.
Mi sono alzata, tremando, e mi sono avvicinata alla finestra. Ho tirato indietro le tende con uno scatto.
E l’ho visto.
Un’impronta sul vetro. Una piccola mano, come quella di un bambino. Umida. Calda. Sul lato interno della finestra. L’ho toccata. Era davvero lì.
Ho tirato indietro la mano e sono rimasta a fissarla, immobile. Non avevo mai avuto figli. Mai. Non c’erano bambini nella mia vita. Né vicini. Nessuno che potesse aver lasciato quell’impronta.
Quella notte non riuscivo a dormire. Camminavo avanti e indietro. A ogni scricchiolio del pavimento mi fermavo. A ogni ombra, trattenevo il respiro. Fino a quando, nel buio, ho sentito di nuovo quel sussurro:
— “Sono qui…”
Non ho avuto paura. Non stavolta. Era come se quella voce non volesse farmi del male. Era… rassicurante. Familiare.

Il giorno dopo ho trovato una scatola dietro a un vecchio armadio. Una scatola che non ricordavo. Dentro c’era un piccolo soldatino di bronzo. Antico. Rovinato dal tempo. Ma stranamente… familiare.
E allora ho ricordato.
Tanti anni fa, sognavo spesso un bambino. Non gli vedevo mai il volto chiaramente. Ma teneva in mano un soldatino identico a quello. E mi diceva sempre:
— “Tornerò. Prometto.”
Mi svegliavo in lacrime, senza sapere perché. Col tempo, avevo dimenticato quel sogno. Ma ora tutto tornava.
Forse in un’altra vita avevo avuto un figlio. Forse era un’anima che cercava ancora casa. O forse… era solo la mia memoria che cercava di dirmi qualcosa.
Da allora, le stranezze non si sono fermate. A volte la radio si accende da sola, su una ninna nanna mai sentita. A volte sento il profumo di qualcosa di dolce, che mi ricorda l’infanzia. Ogni tanto, una carezza lieve sulla spalla, come un tocco d’amore.
Non provo più paura. Non cerco spiegazioni. Non dico niente a nessuno. Questa presenza non è un’illusione. È reale. È parte di me.
Ogni mattina metto il soldatino sul davanzale e siedo accanto alla finestra. Il sole bacia le tende, e io sorrido.
Perché so che non sono sola.
E mentre il silenzio riempie la stanza, sento di nuovo quel sussurro:
— “Calmati…”
E tu? Sei davvero sicuro che dietro le tue tende non ci sia niente?