Hanno comprato una vecchia casa per sfuggire alla città… Ma ciò che li aspettava dentro ha fatto crollare ogni loro certezza

Quando Alina e Timur hanno deciso di lasciare la città, gli amici li prendevano in giro.
“Non durerete nemmeno un mese in campagna,” dicevano.
Ma loro erano convinti: ne avevano bisogno.

La città li aveva svuotati. Traffico eterno, cemento ovunque, visi freddi, rumore costante, e quella sensazione opprimente che la libertà fosse solo una bugia ben confezionata.

Sognavano silenzio, alberi al posto dei palazzi, veri dialoghi invece di notifiche e schermi.
E poi l’hanno trovata: una vecchia villa abbandonata, coperta di muschio, in fondo a una strada dimenticata. Malandata, ma con un’anima. Come se li stesse aspettando.

Solo che lì dentro non erano soli.

Fin dal primo giorno qualcosa non andava.
Difficile da spiegare.
I passi sul pavimento suonavano sbagliati.
Le finestre lasciavano entrare spifferi… che sembravano respiri.
E gli specchi.

Erano ovunque.
In ogni stanza, incassati nei muri. Vecchi, opachi, con cornici antiche. I precedenti proprietari li avevano lasciati lì, come se fossero parte della casa stessa.
Alina provò a coprirli. A spostarli. Ma non si muovevano. Come incollati. Come vivi.

Poi notò l’inquietante dettaglio: i riflessi non erano sincronizzati.
Un piccolo ritardo nei movimenti. Una frazione di secondo, quasi impercettibile… ma sufficiente a farle gelare il sangue.

Non disse nulla. Timur pensava fosse solo stanchezza, suggestione. Ma la terza notte sentirono bussare.
Tre colpi. Secchi. Provenivano dal semiterrato.

La porta del seminterrato era chiusa da anni. Il lucchetto era arrugginito, senza chiave. Non l’avevano mai aperta.
Eppure la mattina dopo…
era socchiusa.
Il lucchetto intatto. Ma la porta… aperta.

Timur decise di scendere.

Le scale erano strette, scavate nella pietra viva. L’aria umida, il buio quasi solido.
L’unica cosa nel seminterrato era uno specchio.

Non uno qualsiasi.
Non come gli altri.
Questo era intatto, lucido, dorato, splendente.
Eppure… non rifletteva la luce della torcia.

Timur si avvicinò.
Si vide.
Ma quando si voltò per chiamare Alina… il riflesso rimase fermo.

Non lo seguiva.
Lo fissava.
Sorridendo.

Timur indietreggiò. Cadde. Si rialzò di colpo.
Lo specchio era… vuoto.
Nessun riflesso. Nessuno.

Da quel giorno, niente fu più come prima.
Alina cominciò a spegnersi.
Diceva di sentirsi diversa. Che vedeva sé stessa… da fuori.
Come se qualcuno abitasse nel suo corpo.
Come se lei fosse solo una spettatrice.

Timur, invece, si svegliava di notte sentendo una voce sussurrare il suo nome.
Ma Alina dormiva.
E spesso la trovava in piedi davanti allo specchio, immobile, con gli occhi spalancati… ma vuoti.

Decisero di fuggire.
Raccolsero poche cose.
Salirono in macchina.
Ma gli specchi… non si lasciavano toccare.
Provò a romperne uno con un martello.
La crepa si aprì — e da lì colò qualcosa di rosso.

Scapparono.
Lasciarono tutto.
Forse persino loro stessi.

Perché quando si guardarono nello specchietto retrovisore dell’auto…
Le facce che videro non erano le loro.
Erano simili. Ma non erano loro.

Oggi vivono in un altro Paese. Nessuno sa dove.
Niente social.
Nessuna foto.
Neppure uno specchio in casa. Nemmeno la fotocamera frontale del telefono.

Non parlano mai di quella casa.
Ma a volte, nel cuore della notte, Alina sussurra:
“Lui guarda. Lui aspetta. Vuole tornare.”

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