LA PROFONDITÀ NON DIMENTICA: È TORNATO NEL LUOGO CHE AVEVA GIURATO DI LASCIARE PER SEMPRE — MA CIÒ CHE HA TROVATO SOTTO L’ACQUA NON AVREBBE DOVUTO ESISTERETutto è iniziato con una decisione che nemmeno lui riusciva a spiegare.

Evgenij Zorin, 48 anni, non metteva piede nella baia industriale meridionale da oltre trent’anni — da quando, da ragazzino, era quasi annegato in quelle acque. Quel luogo era diventato una zona vietata. Nessuno ci entrava più. Un tempo base militare segreta, oggi dimenticata. I cancelli arrugginiti giacevano abbattuti, e i cartelli di pericolo erano sbiaditi dal tempo.

Le mappe non la segnalavano più. I pescatori la evitavano. I cacciatori parlavano di echi metallici nella notte, di odori impossibili, di animali che sembravano usciti da un altro mondo.

Ma Zorin non credeva alle storie.

Prese una tuta da sub, una torcia e una videocamera.

Pensava di sapere cosa avrebbe trovato.

Si sbagliava.

IL VARCO NON ERA CHIUSO
L’acqua era immobile. Verde, densa, quasi oleosa. I resti marci di un vecchio pontile spuntavano come ossa rotte dal fango.

Zorin seguì un sentiero secondario verso una scogliera artificiale. Ricordava che lì, da bambino, c’era un portello tecnico nascosto tra i detriti. All’epoca si entrava per gioco. Ora era aperto.

E l’aria che ne usciva… non era aria di cantina o di muffa.

Era calda. Umida. Metallica.

E vibrava.

SOTTO TERRA NON C’ERA IL SILENZIO
Accese la videocamera. Scese lentamente. La scala in ferro sembrava più solida di quanto avrebbe immaginato. Nessuna ragnatela. Nessun animale. Tutto… troppo pulito.

A sei metri di profondità, la videocamera registrò qualcosa sulle pareti: impronte. Ma non erano mani umane. Troppo lunghe. Troppo articolate.

Lui non si fermò.

Al fondo, un corridoio. I muri coperti da simboli incisi, che pulsavano lievemente. Non erano lettere. Non erano numeri. Non erano umani.

In fondo, una porta d’acciaio. Non chiusa a chiave.

Zorin la spinse.

“QUESTO LUOGO NON È ABBANDONATO. È IN ATTESA.”
La stanza era rotonda. Semisommersa. Dal soffitto pendevano capsule scure, simili a oblò. Alcune erano appannate. Altre… gocciolavano dall’interno.

Al centro, una piattaforma immersa in parte nell’acqua. Non sembrava metallo. Sembrava… viva.

L’aria divenne pesante. Ogni respiro era uno sforzo. Le immagini iniziarono a distorcersi. Poi un suono. Non un rumore. Una voce. Debole, lontana.

Zorin fece un passo.

La torcia cadde.

Buio.

NON RICORDA COME È USCITO — MA QUALCOSA LO HA SEGUITO
Ventiquattro ore dopo, lo trovarono scalzo sull’autostrada, a 11 chilometri dal sito. La tuta strappata, lo sguardo assente. Vivo, ma confuso.

In ospedale non parlò per giorni. Quando finalmente lo fece, disse solo:

«Non sta più dormendo.»

I medici parlarono di shock. Ma i tecnici che analizzarono la videocamera confermarono: la struttura era reale. Simboli autentici. Immagini non modificate.

Il portello venne saldato. L’intera zona recintata e sorvegliata.

Le autorità? Nessun commento.

Una settimana dopo, Zorin scomparve. Non tornò mai a casa. Il cellulare spento. I documenti cancellati. Irreperibile.

Poi accadde qualcosa di ancora più inquietante.

Il suo canale YouTube, inattivo da anni, pubblicò un video.

Tre secondi.

Si vede il portello.

E una voce — femminile, ma innaturale — sussurra:

“Hai riaperto la porta. Ora ti ricordiamo.”

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