La città si stava appena svegliando. I semafori lampeggiavano pigri nella nebbia del mattino, e le strade iniziavano lentamente a riempirsi. Ma ciò che accadde in quella zona industriale dimenticata da Dio trasformò un normale pattugliamento in un incubo reale che ancora oggi fa discutere gli investigatori.
Il sergente Alex Rudenko, veterano della polizia con anni di esperienza, guidava lungo via Ghiaia 3, sorseggiando il suo solito caffè quando notò qualcosa che gli fece gelare il sangue: sul marciapiede, proprio sotto un lampione tremolante, c’era una bara.
Non una scatola. Non un oggetto decorativo. Una vera bara di legno laccato, con maniglie in ottone. Nessun fiore, nessun carro funebre, nessun segno di cerimonia. Solo quella bara, perfettamente posizionata come se fosse stata lasciata lì con uno scopo.
Alex fermò l’auto, accese le luci d’emergenza e scese. La mano si posò istintivamente sulla fondina. Qualcosa non andava. E lo sentiva nelle ossa.
Si avvicinò. Il coperchio era socchiuso. Ogni parte del suo istinto gli urlava di aspettare rinforzi. Ma qualcosa — forse la paura, forse la curiosità — lo spinse ad aprirla.
All’interno non trovò un corpo. Né una bambola giocattolo. Ma una figura incredibilmente realistica, a grandezza naturale, fatta in silicone, con pelle finta, capelli veri e tratti umani inquietanti. Tra le mani, stringeva un cellulare. Lo schermo lampeggiava.
Alex lo prese. C’era un messaggio sul display:
“Non è la prima. E non sarà l’ultima. La prossima bara apparirà in via Sverdlov alle 5:00.”
Chiamò immediatamente rinforzi. La scientifica arrivò sul posto e portò via la bara, la figura e il cellulare. I primi risultati delle analisi agghiacciarono il distretto: all’interno della bara erano state trovate tracce di DNA femminile, età stimata tra i 20 e i 30 anni. Nessuna corrispondenza nei database.
Dopo 48 ore, proprio alle 5:00 del mattino, una seconda bara comparve in via Sverdlov. Stessa modalità. Questa volta, in piena zona urbana e sotto diverse telecamere di sorveglianza. Ma nessuna registrazione era disponibile: file danneggiati, orari manomessi. Come se qualcuno avesse disattivato tutto a distanza.
Dentro, un’altra figura realistica. Stavolta teneva in mano una rivista con foto ritagliate di giovani donne scomparse negli ultimi cinque anni. Sulla copertina, in rosso, una scritta inquietante:
“Loro guardano. Tu sei il prossimo.”
La polizia cominciò a perdere il controllo. I giornalisti fiutavano lo scandalo, ma i dettagli venivano tenuti nascosti. Rudenko e la sua squadra erano sotto pressione, mentre lo spettro di un criminale invisibile iniziava a delinearsi.

Il terzo ritrovamento arrivò una settimana dopo. Una bara posizionata nel centro della città, in pieno giorno. I passanti la videro. Le telecamere, ancora una volta, registrarono il nulla. Quando la scientifica la aprì, trovò un graffio all’interno del coperchio. Una scritta, fatta con un’unghia:
“Sono qui. Sono viva. Aiutatemi.”
Quella non era una figura finta.
Era una donna.
Vera. Viva. Sepolta viva.
Identificata pochi giorni dopo: si trattava di Irina Novikova, 27 anni, scomparsa oltre un anno prima. Rapita dopo il turno in ufficio, mai più ritrovata. Ora era stata riscoperta… ma troppo tardi. Era morta soffocata nel suo sarcofago di terrore.
Da quel momento, il panico si diffuse tra gli agenti. Psicologi forensi, profiler e squadre speciali vennero mobilitati. L’analisi fu chiara: chiunque stesse dietro a tutto ciò era intelligente, organizzato, e stava “mettendo in scena” qualcosa. Ogni bara era un messaggio. Ogni dettaglio, un atto teatrale.
Poi tutto si fermò.
Nessuna bara. Nessun messaggio. Nessuna apparizione.
Ma il terrore restò.
Gli agenti iniziarono a pattugliare con occhi diversi. Ogni angolo, ogni vicolo, ogni oggetto fuori posto poteva essere il preludio al prossimo capitolo. Rudenko, ogni volta che passa da via Ghiaia, rallenta. Controlla. Guarda dietro il lampione, come quel primo giorno.
Perché la quarta bara potrebbe già essere lì. In attesa.