Piangeva dalla paura… Pensavo fossero solo ragni. Ma quando mi avvicinai — il sangue mi si gelò nelle vene

Ci sono giorni che iniziano come tanti altri — una tazza di caffè, le solite abitudini, le risate di un bambino che riempiono la casa.
E poi, all’improvviso, qualcosa accade. E nulla sarà più come prima.
Quel giorno ha cambiato tutto.

Mio figlio Mark, otto anni appena compiuti, mi chiese se poteva salire in soffitta. Cercava alcune vecchie scatole con i suoi giocattoli.
Non ci pensai due volte. Una soffitta polverosa, qualche scatolone… cosa poteva esserci di strano?

Passarono dieci minuti.
Poi sentii la sua voce.
Ma non era una voce normale. Era spezzata. Bassa. Tremante. Quasi un sussurro.

Corsi su di sopra.

Quello che vidi mi rimarrà impresso per sempre.

Mark era rannicchiato a terra, le ginocchia al petto, il volto pallido come un lenzuolo. Gli occhi sbarrati, fissi nell’angolo più buio della soffitta.
Sussurrava sempre la stessa frase:
“Papà… lì dentro si muove qualcosa…”

Lo presi subito in braccio, il cuore che martellava.
E guardai.

All’inizio non vidi nulla. Solo buio. Ma quel buio era strano. Come se risucchiasse la luce.

E poi… si mosse.

Non era un animale, non un uccello. Non aveva forma chiara.
Sembrava una macchia, una massa nera che scivolava fuori dall’ombra, come inchiostro che cola.
E poi si alzò. Non camminò, non strisciò: si sollevò, come se avesse un corpo… ma non umano.

Rimasi paralizzato. La mente cercava una spiegazione: forse un riflesso? Un gufo? Un gioco di luci?
Ma dentro di me lo sapevo già: quella cosa non apparteneva a questo mondo.

Scappai giù con Mark in braccio, chiusi il portello della soffitta con una mano tremante. Lo bloccai.

Ma anche da sotto… sentivo ancora la sua presenza.
Quella cosa era lì. Nell’ombra.
E ci osservava.

Da quel giorno non abbiamo più aperto la soffitta.

Dopo due giorni chiamai una ditta per la disinfestazione. Pensavo che magari c’era un nido di insetti, o dei topi.
Arrivò un tecnico, robusto, sicuro di sé. Salì con la torcia.
Restò lì su per quasi venti minuti.

Quando scese… era pallido.
Disse:
— “Non ci sono insetti. Né animali. Ma… là sopra c’è qualcosa che non va.”
Gli chiesi cosa intendesse.
Rispose:
— “Ci sono strani segni sul pavimento. Come se qualcosa si fosse strisciato. E… ho trovato l’impronta di una mano. Una mano di bambino. Ma… troppo lunga.”

Non volle più salire.

Non dissi niente a Mark. Ma iniziai a sentire passi di notte.
Non scricchiolii. Passi veri. Lenti. Pesanti.

E poi trovai un disegno sul tavolo della cucina.
Non era nostro.

Mostrava la soffitta.
L’angolo buio.
E una figura alta, senza volto.

Sotto, scritto con grafia infantile:
“Scenderà stanotte.”

Lo bruciai.
Il giorno dopo… ce n’era un altro.

Contattai uno psicologo. Poi un prete. Poi esperti del paranormale.
Alcuni risero. Altri scapparono.
Un prete anziano mi fissò e disse solo:
— “Non avete aperto una soffitta. Avete aperto un confine.”

Ora so cosa intendeva.
Quella cosa non vuole farci del male.
Vuole giocare.
Guardare.
Aspettare.

Stanotte ho sentito di nuovo i passi.

Ma non venivano dalla soffitta.
Venivano dalle scale. Stava scendendo.

Se stai leggendo questo, ascolta un consiglio:
non lasciare che i tuoi figli esplorino i luoghi più bui della casa.
Perché a volte, nell’ombra, non ci sono solo polvere e ragnatele.
A volte c’è qualcosa che aspetta proprio te.

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