Al funerale del nipote, la nonna ha sentito che qualcosa non andava! Quando ha aperto la bara, è rimasta inorridita!

Il cielo grigio e la pioggia leggera sembravano rispecchiare perfettamente il dolore che avvolgeva la casa di Elisabetta Grimaldi. La perdita del suo unico nipote, Artemio, era stata più di una tragedia — era stata una ferita profonda, un vuoto che nessuna parola poteva colmare. Tutto era accaduto in fretta. Un giovane sano, pieno di energia, di progetti, di vita… e poi, improvvisamente, la morte. Dicevano che era stato un incidente. Un’auto pirata. Nessun testimone. Nessun colpevole. Ma qualcosa, nel cuore della nonna, non le dava pace.

Al funerale erano arrivati tutti. Parenti, vicini, amici di famiglia persino da città lontane. Ma fin dall’inizio, la cerimonia aveva un’aria strana, pesante, come se un segreto inconfessabile aleggiasse nell’aria. La madre di Artemio, Irina, teneva lo sguardo basso. Il prete sembrava confuso, disturbato. Qualcuno sussurrava. Qualcuno si voltava altrove. C’era qualcosa di sbagliato, qualcosa di… inquietante.

Quando arrivò il momento di chiudere la bara per sempre, Elisabetta si oppose.
«È mio diritto!» gridò con voce rotta, ma ferma. «Devo vedere Artemio per l’ultima volta!»
Contro ogni obiezione, si avvicinò. La bara fu riaperta. E ciò che vide… la lasciò senza fiato.

Il suo urlo trafisse il silenzio della chiesa. Non fu un urlo di dolore. Fu terrore puro.
«Non è lui!» urlò con gli occhi spalancati. «Non è mio nipote! Chi è questo uomo?!»

All’inizio, tutti pensarono che il dolore le avesse annebbiato la mente. Ma lei insisteva. Il volto del defunto era diverso. Le linee del viso, il mento, le mani… tutto era sbagliato. Non c’era la piccola cicatrice che Artemio aveva da bambino. Non c’era la voglia sotto l’occhio sinistro. Le mani erano grosse, tozze, completamente diverse da quelle delicate del suo nipote amato.

Fu il caos. Alcuni tentarono di chiuderla fuori. Altri chiamarono la polizia. Alla fine, la bara fu requisita e trasportata per ulteriori verifiche. Ed è lì che iniziò l’incubo vero.

I documenti associati al corpo riportavano il nome di Artemio, sì… ma i dettagli non coincidevano. Data di nascita, gruppo sanguigno, perfino l’altezza. Sembrava un errore, ma troppe cose non tornavano. La possibilità più inquietante iniziò a prendere forma: quella della sostituzione del corpo. Ma chi avrebbe fatto una cosa simile? E soprattutto… perché?

Tre giorni dopo, un secondo corpo fu riesumato per confronto. Un ragazzo scomparso settimane prima, in una provincia vicina. Quello era davvero lui. Non Artemio. La bara al funerale conteneva un perfetto sconosciuto. Era ufficiale: qualcuno aveva deliberatamente nascosto Artemio.

Poi arrivò la lettera.

Nessun mittente. Nessun timbro postale. Solo un foglio piegato in quattro, anonimo, con tre righe:

“È vivo. Non cercatelo. Se continuate, non ci sarà perdono.”

La madre di Artemio, leggendo quelle parole, tremava. Alla fine crollò. Tra le lacrime, confessò alla madre una verità agghiacciante: due giorni prima della presunta morte, era stata avvicinata da due uomini in giacca e cravatta. Seri. Precisi. Le avevano offerto denaro e ordinato di dichiarare la morte di Artemio. “Non fare domande. Se vuoi salvarlo, obbedisci.”

Lei obbedì. Per paura. Per amore. Perché, in fondo, sapeva che resistere significava perderlo per davvero.

Ma chi erano? Servizi segreti? Una setta? Un’organizzazione clandestina? E Artemio… cosa sapeva, cosa aveva visto, da essere costretto a sparire nel nulla?

Da quel giorno, Elisabetta accende ogni sera una candela alla finestra. Aspetta. In silenzio. Ogni ombra è un possibile segnale. Ogni passo sul selciato la fa sperare. Non sono più arrivate lettere. Nessun indizio. Solo il silenzio.

Ma il cuore di una nonna sa. Sa quando la vita non si è spenta.
Sa quando l’anima è ancora in cammino.

E lei lo sa. Artemio è vivo. Da qualche parte. Forse guardando le stesse stelle.

E sa anche un’altra cosa: la verità verrà a galla. E allora il mondo tremerà.

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